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Storia e finzione

Svastiche "sbagliate" e Hitler senza baffi: come i videogiochi hanno aggirato i divieti

Cade in Germania il tabù dei simboli nazisti nei videogame

Svastiche "sbagliate" e Hitler senza baffi: come i videogiochi hanno aggirato i divieti

Fino a vent'anni fa erano visti come un passatempo per nerd solitari; ora, finalmente, sono considerati una forma d'arte a tutti gli effetti, oltre che un mezzo per trasmettere conoscenza e sviluppare il pensiero critico. I videogiochi hanno conquistato un posto di prestigio nel panorama artistico contemporaneo, con tutte le conseguenze del caso. Fra queste c'è la censura, che tramite il controllo di alcuni governi pone spesso dei limiti alle potenzialità conoscitive del medium videoludico.

È quello che è successo, fino a oggi, in Germania per tutto ciò che nei videogiochi rimandasse al nazismo. Ma adesso le cose sono cambiate. Su indicazione dell’autorità tedesche per la protezione dei giovani, da ora in poi l'USK, l'ente tedesco che classifica i videogiochi in base all'età consigliata per il loro utilizzo, potrà dare un giudizio, ed evitare la censura, anche a quelle opere che fanno riferimento al pesante passato della Germania e all'iconografia nazista.

Un grande passo avanti che pone i videogiochi al pari di altri mezzi di comunicazione come cinema e tv, e che libera gli sviluppatori dall’obbligo di dover modificare il proprio lavoro per il mercato tedesco. Un cambiamento non da poco, anche perché il ricorso a riferimenti dell’epoca nazista e agli avvenimenti della seconda guerra mondiale non è cosa rara nel mondo videoludico.


Ad aprire la strada all’iconografia nazista ci hanno pensato i ragazzi delle Id Software già negli anni ’80, agli albori del videogioco, con “Castle Wolfenstein”, per Apple II, il primo capitolo della saga Wolfenstein, che ha regalato tante soddisfazioni ai videogiocatori e non pochi grattacapi alle autorità tedesche. Nel terzo capitolo della serie, il celebre “Wolfenstein 3D”, impersoniamo infatti un ben armato soldato statunitense in fuga da una prigione nazista. Nel suo anno di uscita, il 1992, la vendita del videogioco venne addirittura vietata in Germania.

In tempi più recenti a risentire della censura tedesca sono stati i titoli più disparati. Dalla serie “Call Of Duty”, in cui simboli e riferimenti al nazismo sono stati pesantemente modificati, a quella “Medal Of Honor”, nota per l’accuratezza storica delle ricostruzioni; ma anche giochi come lo strategico “Hearts Of Iron IV” o il titolo dedicato allo skateboard “Skate 2”. Tutti hanno dovuto adeguarsi alla normativa tedesca fino ad eliminare ogni allusione al nazismo. L’ultimo caso venuto alla ribalta è quello di “Wolfenstein II”: per la censura, gli sviluppatori, fra le altre modifiche, hanno dovuto eliminare anche i baffetti di Hitler.


Se fosse uscito qualche mese più avanti, forse i baffetti sarebbero al loro posto. Qualche timida apertura all’eliminazione nella censura nei videogiochi tedeschi c'era stata a maggio, quando è arrivato il via libera della procura tedesca sull’utilizzo dei simboli nazisti in “Bundesfighter II Turbo”, un picchiaduro con la possibilità di scegliere come personaggi i candidati alle elezioni tedesche dell’autunno dello scorso anno. Quella piccola decisione ha aperto la strada per la svolta avvenuta in questi giorni, che in realtà non riguarda alcuna modifica alla legge tedesca, ma solo la corretta applicazione della sezione 86a del codice penale, che autorizza l'utilizzo in campo artistico dell'iconografia nazista in alcuni contesti storici o satirici.

“Questa decisione è un passo importante per i videogiochi in Germania – ha dichiarato Felix Falk, Managing Director di “game”, l’associazione che riunisce sviluppatori ed editori tedeschi – abbiamo lottato a lungo per far sì che i videogiochi ricoprissero il ruolo che gli spetta nel discorso sociale”. Il via libera non sarà, però, un liberi tutti. Da ora in poi la USK esaminerà “l’adeguatezza sociale” di ogni videogioco e deciderà caso per caso. Comunque un‘altra conquista per il mondo dei videogiochi, ma soprattutto un altro riconoscimento della loro utilità come mezzo per diffondere la conoscenza e non solo come passatempo.

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