Altrotempo

«Il vino è cultura ma in Italia lo Stato se lo dimentica»

Parla Franco Maria Ricci, presidente della Fondazione Italiana Sommelier

«La cultura del vino? In Italia non esiste, siamo indietro anni luce rispetto agli altri Paesi. Vuole un esempio? In Francia chi frequenta il corso di laurea per diventare dentista ha fatto due anni di lezioni sul vino, da noi chi si diploma alla scuola alberghiera non fa neppure un’ora. Le pare possibile?». Franco Maria Ricci prima ancora di essere un sommelier, anzi il presidente della Fondazione italiana Sommelier di Roma, è un appassionato. Uno che 25 anni fa, con pochi amici, attorno a un tavolo del ristorante Severino a piazza Zama a Roma ha inventato il primo corso per imparare a conoscere il vino. E da allora non si è più fermato. «Oggi - racconta – siamo il più grande centro mondiale di cultura del vino, con oltre 400 collaboratori che lavorano intorno a tutto quello che facciamo». A breve, il 13 marzo, inizierà il cinquantaduesimo corso per sommelier al Cavalieri Hilton a Monte Mario a Roma, un’esperienza, come recita lo slogan della scuola «che ti cambia la vita in meglio». «Siamo gli unici a dare, alla fine dei tre livelli, un diploma internazionale – spiega ancora Ricci - e gli unici che fanno fare dieci lezioni più di tutti gli altri. Ma il mondo del vino, purtroppo, è percepito ancora come qualcosa di negativo, che fa male. Invece noi facciamo capire che proprio chi lo conosce evita di bere in modo esagerato». La colpa di tutto questo? «Principalmente dello Stato, che è uno Stato ignorante che non promuove quanto di meglio abbiamo in Italia. Noi abbiamo un patrimonio enologico incredibile, entusiasmante, eppure ci troviamo indietro rispetto ad altri Paesi che non hanno le nostre risorse. È inaccettabile». Ma al di là del fatto culturale, di chi diventa sommelier per diletto, il corso, spiega ancora Ricci, serve a chi con quel diploma ci deve lavorare. «Oggi ci sono molte professioni che hanno bisogno di questa figura. Basta pensare a chi lavora nelle enoteche, che ormai non è più uno che vende semplicemente il vino ma lo deve far conoscere, raccontare, insegnare a chi va nel negozio per avere suggerimenti, indicazioni. E poi ci sono i commercianti di vino che oggi si sono specializzati. Un tempo potevano vendere damigiane e contemporaneamente apparecchi elettronici, oggi no, oggi il livello di chi lavora in questo mondo si è alzato, non ci si può più permettere di essere informati solo superficialmente. E poi ci sono i docenti, quelli che restano per insegnare agli altri il mondo che hanno imparato ad apprezzare». Eppure, sottolinea Franco Ricci, il vino è ancora fondamentalmente uno sconosciuto. Si beve, insomma, ma senza capire. Oppure lo si conosce poco. «Basta guardare la televisione: ci sono un centinaio di programmi in tv che parlano di cibo, di cucina e neppure uno dedicato al vino. La stessa cosa nella carta stampata. Certo ci sono molti più giornalisti di 20, 30 anni fa quando a scriverne erano in tre, Mario Soldati, Gianni Brera e Luigi Veronelli». Eppure da lì è partito un movimento che piano piano è cresciuto nei numeri. «Ma ancora troppo poco anche se è stato un piccolo successo di chi come noi, come Slow food, come il Gambero Rosso, ha puntato su questo mondo. Quando abbiamo iniziato, ad esempio, si facevano già le degustazioni. Solo che non c’era una guida "critica" a quello che si beveva. Così la gente tornava a casa e non si ricordava nulla di quello che aveva assaggiato. La stessa cosa avveniva con le cantine. Restavano aperte solo una volta l’anno, poi erano dei mondi inaccessibili, chiusi all’esterno. Piano piano li abbiamo convinti che bisognava aprire quelle porte, far entrare la gente, far conoscere quello che si produceva. Perché poi ci sarebbe stato anche un ritorno economico. E così infatti è successo».

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