La crisi di Pedro, il socialista amato dal Pd. In Spagna è al declino ma per Schlein è un modello
«I valori socialdemocratici sono più vivi che mai. La risposta alla pandemia o alla crisi energetica provocata dalla guerra di Putin ha dimostrato la loro validità. Il paradosso è che i governi che appartengono ad altre famiglie ideologiche alla fine hanno adottato politiche chiaramente socialdemocratiche. È la realtà nella quale viviamo che ha rivitalizzato questi valori, perché le società esigono una politica utile per affrontare le disuguaglianze e proteggere la gente dalle ricette che hanno condotto al disastro durante l'ultima crisi finanziaria».
Soltanto pochi anni fa, nel dicembre del 2022, in una intervista al quotidiano «Avanti!» l’allora già premier spagnolo, il socialista Pedro Sánchez, si lanciò in considerazioni politiche - peraltro con un linguaggio assai noioso - sul grande avvenire della sinistra non soltanto nel Paese iberico ma in Europa. Mai considerazioni, che poi erano anche previsioni, si sono rivelate più fallaci. Quell’idea della socialdemocrazia che salverà il mondo e soprattutto la convinzione della sua vivacità come ideologia sono oggi politicamente a pezzi. I socialisti sono in profonda crisi in Francia. In Germania i socialdemocratici tedeschi non se la passano affatto bene, per non parlare del Regno Unito dove le recenti dimissioni dell’ex premier Keir Starmer descrivono in maniera fattuale il vicolo cieco in cui sono finiti i laburisti inglesi, insomma la sinistra nel Paese di re Carlo III. Quanto al miracolo e al modello spagnolo cui ha guardato (e ancora guarda) con adorazione la sinistra italiana, a cominciare dal Partito democratico guidato da Elly Schlein, beh il miracolo è svanito e il modello del socialismo iberico non è più in forma.
Il termometro della situazione critica per Sánchez lo dà un lancio della agenzia Ansa, nella sua fredda cronaca, del 27 maggio di quest’anno: «Si stringe sempre più la morsa giudiziaria attorno a Pedro Sánchez, acclamato leader progressista sulla scena internazionale, ma assediato in casa dagli scandali. Mentre in Vaticano stringeva la mano a Papa Leone XIV - nel primo incontro col Pontefice in vista della sua visita in Spagna - a Madrid gli uomini dell'Unità centrale operativa della Guardia Civil entravano nel quartier generale del Psoe (ndr, il Partito socialista spagnolo). Una coincidenza temporale, ma dal peso politico devastante per il premier socialista, assediato da anni dalle inchieste che investono ex alti dirigenti del partito, il suo entourage, la famiglia e, per ultimo, il suo predecessore, José Luis Rodríguez Zapatero. Il blitz ordinato dal giudice dell'Audiencia Nacional, Santiago Pedraz, segna un salto di qualità: gli agenti hanno acquisito documenti contabili, fatture e dispositivi elettronici nell'ambito di un’inchiesta che ipotizza una presunta rete organizzata e finalizzata a "destabilizzare in modo sistematico e continuato" i procedimenti giudiziari e le attività investigative che coinvolgono il Psoe e il governo Sánchez. "È una richiesta di informazioni, non una perquisizione", ha minimizzato il premier da Roma, assicurando "massima collaborazione"».
Premesso il dovere liberale di essere sempre garantisti, si tratta della diapositiva di una profonda crisi politica. Da quando è salito al governo della Spagna, nel 2018, scalzando con una mozione di sfiducia l’allora premier dei popolari, Mariano Rajoy, con la promessa di «rigenerazione democratica» (che esagerazione!), si tratta del peggior momento politico del leader socialista che neppure i buoni risultati economici della Spagna riescono a lenire. Economista, Pedro Sánchez milita nelle fila del Partito socialista spagnolo dal 1993, quando era poco più che ventenne (il premier spagnolo è nato nel 1972). Comincia da lì una carriera politica brillante e che oggi non brilla più. Gli alleati di governo del premier socialista sono sempre più insofferenti alla situazione, le opposizioni lo incalzano chiedendo le sue dimissioni ed a maggio migliaia di spagnoli sono scesi in piazza per chiedere un suo passo indietro. A Pedro non è servito, per recuperare popolarità, neppure il discorso anti Trump sulla guerra all’Iran. Un discorso che ha entusiasmato soltanto la sinistra italiana. Basta andare a rivedersi l’intervista de «La Repubblica», del 16 aprile 2026, alla leader del Partito democratico italiano Elly Schlein. Titolo: «Con Sánchez per dire che un altro mondo è possibile, il tempo delle destre è finito».
Di quell’intervista, dove Schlein parlava anche della sua presenza al vertice dei leader progressisti a Barcellona dei giorni successivi, colpiscono in particolare due passaggi. Il primo: «Non lasciamo - sottolineava la segretaria del Pd - l'internazionalismo ai nazionalisti e alle loro contraddizioni, abbiamo molto più noi in comune. A Barcellona parleremo dei valori e delle battaglie che già condividiamo con i progressisti di tutto il mondo per migliorare la vita dei cittadini». E qui la domanda sorge spontanea: ma davvero la sinistra italiana vuol tornare all’Internazionale socialista e vuole farlo prendendo esempio da Pedro Sánchez, leader oggi politicamente debole in Spagna (che è pure casa sua)? Ci auguriamo per i campolarghisti del progressismo italiano di no, anche perché così si ritroverebbero campostrettisti.
E adesso il secondo aspetto rilevante di quella intervista della Schlein. «A Barcellona - spiegava la leader dem - diremo che un altro mondo è possibile, che noi progressisti vogliamo portare protezione, anzitutto sociale, oltre che economica. Un tema che la destra, soprattutto in Italia, ha completamente ignorato». Oltre a questo Schlein, in un altro passaggio, aggiungeva una sua previsione in vista delle prossime elezioni politiche italiane, nel 2027. «Nel ‘22 - questa la convinzione di Elly - abbiamo perso perché eravamo divisi: non accadrà più. Io sono diventata segretaria quando il Pd era al minimo storico, dato dai sondaggi al 14%, e l'abbiamo portato al 24 delle Europee. (...). A Barcellona porteremo anche un segnale di speranza. Riusciremo a costruire una coalizione forte e a battere la destra».
Visto come sono andate a finire politicamente le previsioni di Pedro Sánchez sul radioso avvenire della socialdemocrazia in Europa, un po’ di prudenza riguardo al futuro vittorioso Elly Schlein dovrebbe mantenerla. D’accordo, abbiamo capito che il modello spagnolo di Pedro le piace molto. Ma i modelli, in politica, non funzionano (quasi) mai e soprattutto non durano e sono mutevoli. Se la leader del Pd avesse ancora qualche dubbio in merito, val la pena ricordarle quando - non molti anni fa - il modello scelto da Sánchez era nientedimeno che... Matteo Renzi, il rottamatore. L’attuale premier spagnolo, in una intervista a «Il Messaggero» del settembre 2014 parlava così del politico fiorentino: «Ammiro quello che ha fatto Renzi, e penso che i partiti della sinistra europea possano prenderlo come punto di riferimento. Quello che voglio dire è che, sull'esempio di quello che ha fatto e sta facendo Renzi, bisogna cominciare ad essere più pronti su quelli che sono i problemi concreti, sui fatti che davvero interessano la vita delle persone. C’è bisogno di fare un nuovo patto fra la politica e i cittadini e affrontare insieme questo periodo di crisi. Matteo ha dimostrato di saper parlare la stessa lingua dei cittadini, deve essere d'ispirazione per tutti noi». Chissà se oggi, estate 2026, seguendo il suo amato modello spagnolo di Pedro pure Elly Schlein si sente assai renziana.
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