Usa-Iran, l'intesa c'è ma mai fidarsi degli ayatollah
Accordo finalizzato entro due o tre ore, firma digitale in giornata e poi in presenza nei prossimi giorni. L’annuncio di Donald Trump relativo alla questione iraniana, nel giorno del suo ottantesimo compleanno, arriva mentre Tehran minaccia «una forte risposta in arrivo» contro Israele dopo gli attacchi in Libano. Il regime, quindi, sposta su Beirut il peso del negoziato con Washington e prova a trasformare la risposta dell’Idf a Hezbollah nel pretesto per rallentare la firma dell’accordo con gli Usa.
È la grammatica rovesciata già vista a Gaza: si isola la bomba israeliana e si cancella l’innesco, si conta il morto e si rimuove chi ha acceso il fuoco. A Beirut i civili finiscono sotto le bombe perché Hezbollah usa il Libano come leva militare del regime iraniano. Mentre scriviamo, fonti di alto livello ci informano che l’Iran, dopo le azioni di Idf in Libano, avrebbe ulteriormente alzato la posta per chiudere l’accordo. Donald Trump, però, non arretra. Ad Axios ha detto che l’intesa sarà firmata nonostante il raid israeliano sulla periferia sud di Beirut.
La pressione americana arriva mentre l’Iran alza il livello della minaccia. Il generale Mohammad-Jafar Assadi, vice comandante del comando congiunto delle forze armate iraniane, ha dichiarato che gli attacchi israeliani a Dahiyeh non resteranno «impuniti». Mentre Ebrahim Rezaei, portavoce della commissione parlamentare iraniana per la sicurezza nazionale, ha avvertito gli Stati Uniti che, se vogliono un’intesa, devono disciplinare «questo cane rabbioso».
Ma la sequenza dei fatti parte da Hezbollah. Secondo Tel Aviv, infatti, ha attaccato di nuovo Israele in mattinata «senza alcuna provocazione», continuando a sparare contro i civili anche dopo il cessate il fuoco. Netanyahu e il ministro della Difesa, Israel Katz, hanno presentato il raid su Beirut come risposta agli ultimi attacchi del Partito di Dio che ha lanciato tre droni contro il nord di Israele. La notizia, che molti media hanno raccontato partendo dal bombardamento israeliano su Beirut e in alcuni casi omettendo che è scaturito dal lancio di droni da parte di Hezbollah, è stata usata dall’Iran per ritardare e, secondo alcune fonti, aumentare le pressioni sugli Stati Uniti.
Il proxy iraniano, infatti, ha riaperto il fronte, che potrebbe allargarsi se Teheran farà seguito alle minacce di attaccare Israele, che nel frattempo ha ordinato la riapertura dei rifugi e vietato gli assembramenti. Trump ha provato a fermare la spirale. Su Truth ha scritto che «l’attacco di questa mattina a Beirut non avrebbe dovuto verificarsi», soprattutto in un giorno in cui l’accordo di pace con l’Iran era vicino. Ha riconosciuto a Israele il diritto di difendersi, ma ha definito l’attacco di Hezbollah «di portata limitata e insignificante», senza morti né feriti. Ha chiesto che non ci siano più attacchi israeliani in Libano e nemmeno attacchi di Hezbollah contro Israele.
«Non roviniamola», ha scritto. Per Pete Hegseth, segretario alla Difesa, l’accordo con l’Iran è «sulla buona strada» e la questione non è se sarà firmato, ma quando. Gli attacchi israeliani a Beirut, ha aggiunto, «non ostacoleranno» il piano, ma Teheran deve «esortare con fermezza Hezbollah a smettere di attaccare Israele». Poi ha fissato il paletto sul nucleare: «L’Iran non avrà mai un’arma nucleare, mai. Punto».
Hegseth ha anche avvertito che alcune indiscrezioni di stampa sull’accordo sono «completamente sbagliate».Ma sul tavolo c’è una bozza pesante. Secondo Reuters l’Iran avrebbe accettato di non produrre né acquisire armi nucleari e la gestione dell’uranio arricchito sarebbe rinviata ai 60 giorni successivi all’intesa iniziale, con l’ipotesi di una diluizione del materiale sul territorio iraniano. La bozza prevederebbe anche la sospensione temporanea delle sanzioni americane sulle esportazioni di petrolio iraniano, possibile sblocco di circa 25 miliardi di dollari di asset congelati e riapertura dello Stretto di Hormuz.
Dentro il regime, però, il testo della bozza è una miccia. Le fazioni conservatrici protestano. A Teheran e Mashhad gruppi ultra-fondamentalisti, tra cui parlamentari Paydari, hanno chiesto le dimissioni dei negoziatori. Mentre i pasdaran avvertono che le forze armate sono pronte «con gli occhi aperti e la mano sul grilletto».
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