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Rifugiato sudanese tenta di decapitare un uomo. Scoppia la rivolta a Belfast: è il punto di non ritorno

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Federico Punzi
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Appena dopo le immagini scioccanti del morente Henry Nowak che viene ammanettato sulla base delle false accuse del suo assassino sikh, un’altra forte scossa sta attraversando il Regno Unito. Un video, diffuso inizialmente sui social, riprende un rifugiato sudanese (arrivato da Parigi via Dublino) mentre seduto sul petto di un uomo a terra, coltello alla mano, prova a decapitarlo. Secondo alcuni resoconti alla povera vittima sarebbero stati cavati gli occhi. Nonostante la reticenza delle autorità e dei media tradizionali (un «accoltellamento attribuito a un rifugiato» la scelta lessicale del Corriere qui da noi), il solito copione, tanto basta a scatenare la rabbia popolare.

Solo che non siamo a Southampton. Siamo a Belfast, Irlanda del Nord, il posto in Europa che più di recente ha vissuto una vera guerra civile, con tanto di guerriglieri e attacchi terroristici.

Qui l’esasperazione per l’immigrazione fuori controllo si somma alla rabbia mai del tutto sopita delle opposte fazioni che si sono combattute per decenni prima della pacificazione degli Accordi del Venerdì Santo e che hanno imbracciato le armi contro lo Stato - e chissà quante se ne trovano ancora negli scantinati.

 

Bollate come estremiste e razziste le manifestazioni pacifiche di Tommy Robinson a Londra, non avevano ancora visto la violenza dei gruppi di unionisti britannici e nazionalisti cattolici irlandesi, che stanno iniziando a convergere contro il nemico comune. La protesta ha così assunto i connotati di una caccia al migrante, qualcosa che somiglia ad un pogrom, con veicoli ed edifici, centri per richiedenti asilo, dati alle fiamme.

Nessuna diretta social, ma volti coperti e raid mirati, organizzati.

Il governo Starmer, ma anche i governi Tory che lo hanno preceduto, con la loro inazione e le loro lezioni morali stanno portando i britannici a radicalizzarsi in modi impensabili qualche anno fa. Un buon termometro per misurare questa febbre saranno le elezioni suppletive di Makerfield, la roccaforte Labour dove il sindaco di Manchester Andy Burnham cerca l'elezione per lanciare la sua sfida a Starmer.

Al di là della situazione nordirlandese, particolarmente esplosiva, è un fenomeno che vediamo crescere quasi ovunque in Europa occidentale. Interi quartieri off-limits, dove la polizia non entra, o al massimo negozia, non reprime. Lo Stato mantiene la pace sociale abbassando l'asticella, accettando il ricatto piuttosto che affrontare il problema. E la rabbia monta ogni volta che la politica e i media mainstream si preoccupano più del linguaggio (i «discorsi d’odio») che della brutalità nelle nostre strade, ogni volta che bollano come razzista o di estrema destra chi denuncia il problema, che si chiedono chi se ne avvantaggia politicamente anziché discutere le soluzioni, che accusano di «alimentare le divisioni» per il solo fatto di parlarne, prendendosela persino con Elon Musk perché non censura i video su X.

Per anni un dibattito onesto sui fallimenti dell’integrazione e del multiculturalismo è stato negato, chi metteva in guardia demonizzato. Il vuoto di politiche e di parole rischia ora di essere riempito dalla violenza. Ma la reazione dei soliti noti non è l’autocritica, non vedono le loro responsabilità politiche, ma la prova del razzismo bianco, quindi raddoppiano la loro retorica anti-razzista e le politiche liberticide.

Il punto di non ritorno viene raggiunto quando i cittadini non credono più che lo Stato abbia la volontà o la capacità di proteggere se stessi, le proprie famiglie e il loro Paese, quando perdono la fiducia nella neutralità del sistema legale e delle autorità preposte al rispetto della legge, le quali sempre più vengono percepite come sistematicamente ostili e accusate di tradimento. Ed è un punto sull’orizzonte che vediamo pericolosamente avvicinarsi.

Le immagini che giungono dal Regno Unito sono una finestra sul nostro futuro, un futuro non troppo lontano, quasi presente, purtroppo. Possiamo ancora cambiarlo, ma occorre agire ora. Le politiche di remigrazione, laddove una vera integrazione è fallita, sono l'unica opzione pacifica e legale.

Solo se gli europei vedranno i loro leader impegnati a garantire la loro sicurezza non vedremo le scene di Belfast sulle nostre strade. Possiamo indignarci con Trump, o con il ministro israeliano Ben-Gvir, ma se l’Europa è «irriconoscibile» non è certo colpa loro.

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