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Guerra, passo indietro di Iran e Israele dopo i raid incrociati: Trump impone lo stop e salva la tregua

Fausta De Rossi

Iran e Israele hanno annunciato la cessazione delle ostilità dopo 48 ore di intensi scambi di attacchi che avevano fatto temere il collasso della fragile tregua entrata in vigore l'8 aprile, dopo oltre 100 giorni di guerra. A favorire la de-escalation è stato anche l'intervento del presidente statunitense Donald Trump, che aveva invitato pubblicamente le due parti a interrompere “immediatamente” le operazioni militari. Teheran è stata la prima a dichiarare conclusa la propria operazione contro Israele. Il comando delle forze armate iraniane ha definito l'azione una “severa rappresaglia”, avvertendo tuttavia che qualsiasi nuova offensiva israeliana, compresi eventuali attacchi nel sud del Libano, provocherebbe una risposta “molto più severa” rispetto a quella vista finora. Il presidente del Parlamento iraniano Mohammad Bagher Ghalibaf ha sostenuto che l'Iran abbia modificato gli equilibri del confronto, impedendo che il cessate il fuoco restasse soltanto un accordo formale destinato a essere violato sul terreno.

 

  

 

Poche ore dopo è arrivata la conferma del premier israeliano Benjamin Netanyahu. “Al momento le ostilità su questo fronte sono cessate”, ha dichiarato, precisando però che Israele continuerà a esercitare il proprio diritto all'autodifesa e risponderà “con forza” a qualsiasi neo attacco iraniano. Sulla stessa linea il ministro della Difesa Israel Katz, secondo cui lo Stato ebraico continuerà ad agire contro Hezbollah. Le ultime 48 ore erano state segnate da una nuova escalation. Esplosioni e sirene d'allarme sono tornate a risuonare sia a Teheran sia a Tel Aviv. Secondo fonti militari israeliane, l'Iran ha lanciato circa trenta missili contro Israele dalla serata di domenica. L'azione è stata presentata come una risposta al raid israeliano contro la periferia sud di Beirut, roccaforte del movimento di Hezbollah sostenuto da Teheran, che ha provocato due morti e una ventina di feriti. Gli attacchi reciproci hanno causato almeno 15 feriti in Iran, secondo il capo dell'organizzazione nazionale per le emergenze. Nel frattempo Israele ha continuato a colpire il sud del Libano. Lunedì sono state bombardate una quindicina di località, tra cui la città di Tiro. Il bilancio diffuso dal governo libanese e dalla Croce Rossa parla di almeno 14 morti e oltre venti feriti. Hezbollah ha rivendicato nuovi attacchi contro forze israeliane schierate nel sud del Libano, senza però colpire direttamente il territorio israeliano.

 

 

Sul piano diplomatico restano profonde divergenze. L'Iran insiste affinché il conflitto con Hezbollah e quello più ampio che coinvolge Teheran, Israele e Stati Uniti vengano affrontati come un unico dossier. Washington, invece, punta a separare le due questioni e a rinviare la soluzione del fronte libanese. Trump, impegnato a contenere un conflitto considerato politicamente costoso negli Stati Uniti alla vigilia delle elezioni di metà mandato, ha riferito di aver telefonato personalmente a Netanyahu per chiedere la fine delle ostilità. Parallelamente continuano i colloqui indiretti tra Washington e Teheran attraverso la mediazione del Pakistan. Sia la diplomazia iraniana sia Trump hanno confermato che i contatti restano aperti, anche se il presidente americano ha lamentato la lentezza del processo negoziale. La situazione regionale rimane comunque instabile. Nella notte l'esercito israeliano ha annunciato di aver intercettato un nuovo “obiettivo aereo sospetto” proveniente dallo Yemen, meno di un giorno dopo che i ribelli houthi, alleati dell'Iran, avevano rivendicato un attacco contro Israele e dichiarato il divieto di navigazione israeliana nel Mar Rosso. Un primo segnale di normalizzazione è arrivato da Teheran, dove il principale aeroporto internazionale ha annunciato il ritorno alla piena operatività dopo la riapertura dello spazio aereo nazionale.