Medio Oriente

Guerra, l’Iran richiude Hormuz ma avanzano i negoziati con gli Usa: cosa succede

Andrea Riccardi

L'Iran torna a serrare lo Stretto di Hormuz, riportandolo sotto "stretto controllo", in risposta alla prosecuzione del blocco statunitense sui suoi porti, a tre giorni dalla scadenza del cessate il fuoco tra Teheran e Washington e mentre un accordo di pace appare ancora lontano. Dopo aver annunciato venerdì una riapertura della cruciale rotta marittima, attraverso cui transita normalmente circa un quinto del commercio mondiale di petrolio e gas, la Repubblica islamica ha fatto marcia indietro, ripristinando le restrizioni e alzando nuovamente il livello dello scontro. Poco dopo l'annuncio, almeno tre navi commerciali che tentavano di attraversare lo stretto sono state raggiunte da spari, mentre i Guardiani della Rivoluzione hanno avvertito che qualsiasi tentativo di avvicinamento sarà considerato come una forma di cooperazione con il nemico e dunque preso di mira. Dura la reazione del presidente degli Stati Uniti Donald Trump, che ha accusato Teheran di "ricatto". La nuova escalation arriva dopo oltre un mese di guerra che ha provocato migliaia di morti, in Iran e in Libano, e ha avuto pesanti ripercussioni sull'economia globale. Solo due giorni fa l'annuncio della riapertura dello Stretto aveva dato impulso ai mercati finanziari e determinato un netto calo dei prezzi del petrolio, ma il nuovo irrigidimento rischia ora di generare nuove turbolenze alla riapertura dei mercati.

 

  

 

Sul piano diplomatico è in corso un intenso sforzo per riportare Iran e Stati Uniti al tavolo dei negoziati, dopo il fallimento del primo incontro del 12 aprile a Islamabad. Il ministro degli Esteri egiziano Badr Abdelatty ha dichiarato di lavorare "senza sosta" insieme al Pakistan per favorire una ripresa del dialogo. Tuttavia, le posizioni restano distanti: Trump ha sostenuto che Teheran avrebbe accettato di consegnare il proprio uranio arricchito, punto centrale della disputa, ma l'Iran ha smentito. Il presidente del Parlamento iraniano Mohammad Bagher Ghalibaf ha ammesso alcuni progressi ma ha sottolineato che "permangono molte divergenze" e che "diversi punti fondamentali restano in sospeso", ribadendo inoltre la totale mancanza di fiducia nei confronti degli Stati Uniti e invitando Washington ad abbandonare un approccio unilaterale.

 

 

Intanto il conflitto continua a riverberarsi anche sul fronte libanese. Nel sud del Paese un militare francese della missione Unifil è stato ucciso e altri tre sono rimasti feriti, due in modo grave, in un'imboscata attribuita a Hezbollah, che però ha negato ogni coinvolgimento. L'episodio è avvenuto all'indomani dell'entrata in vigore di una tregua di dieci giorni. Nella stessa area, l'esercito israeliano ha annunciato di aver istituito una "linea gialla" di demarcazione, sul modello di quanto fatto a Gaza, e di aver eliminato una "cellula terroristica" operante nei pressi delle proprie truppe. Dal canto suo, il leader di Hezbollah, Naim Qassem, ha avvertito che il cessate il fuoco non può essere unilaterale: "Poiché non ci fidiamo del nemico, i combattenti della resistenza resteranno sul terreno, con il dito sul grilletto, pronti a rispondere a ogni violazione". La guerra in Libano è iniziata il 2 marzo, quando Hezbollah ha attaccato Israele in risposta all'offensiva israelo-americana contro l'Iran. Secondo le autorità, i bombardamenti israeliani hanno causato almeno 2.300 morti e oltre un milione di sfollati.