Iran-Usa, 21 ore di dialogo servite per riposizionare mezzi e armi militari
A Islamabad non è fallita una trattativa, è stata ratificata una linea. Washington sapeva che l’Iran non avrebbe ceduto sul nucleare. Teheran sapeva che gli Stati Uniti non avrebbero mollato su Hormuz e sulle 900 libbre di uranio altamente arricchito. Per questo il negoziato era destinato a chiudersi senza accordo. Non perché mancasse l’ultima mediazione, ma perché il punto politico era già deciso prima dell’ultima notte di colloqui. La tregua non serviva a chiudere la crisi, ma a congelarla abbastanza da consentire alle parti di riposizionarsi. E mentre Donald Trump annunciava lo sminamento dello Stretto, gli iraniani comunicavano di aver dispiegato le forze speciali della Marina lungo la costa meridionale del Paese. Intanto, Israele è tornato ad adottare un elevato stato di allerta in seguito al fallimento dei colloqui e si prepara alla possibilità di un ritorno al conflitto militare a breve termine. In parallelo il dispositivo navale americano si ispessisce. In teatro ci sono già la USS Abraham Lincoln e la USS Gerald R. Ford. In arrivo ci sarebbero la USS George H.W. Bush Carrier Strike Group e la USS Boxer Amphibious Ready Group con la 11th Marine Expeditionary Unit con 5,000 unità da sbarco. È il linguaggio con cui Washington spiega che, fallito il tavolo, la tregua viene letta come finestra utile a preparare altro. Le oltre 20 ore di colloqui nella capitale pakistana, infatti, non hanno prodotto una bozza di uscita. Hanno soltanto rimesso in fila i punti sui quali nessuno aveva intenzione di cedere. Gli Stati Uniti hanno presentato la loro «offerta migliore», mentre gli iraniani hanno elencato i tre dossier rimasti aperti fino all’alba di ieri: riapertura dello Stretto di Hormuz, destino dello stock di uranio vicino alla soglia militare, sblocco dei proventi petroliferi bloccati all’estero. Ma era sul nucleare che il tavolo doveva saltare. Ed è lì che è saltato. La tregua, del resto, aveva due interpreti e un solo proprietario. I moderati raccolti attorno al presidente Masoud Pezeshkian e al ministro degli Esteri Abbas Araghchi l’hanno usata per aprire il negoziato, con la copertura di Cina e Pakistan e con l’argomento più forte che avevano in mano dopo sei settimane di bombardamenti e decapitazioni dei vertici: fermare l’emorragia, allentare il fondamentalismo, provare a salvare la ricostruzione. I pasdaran, che controllano militarmente il Paese, l’hanno accettata per ragioni opposte. Non per trattare una pace, ma per guadagnare tempo, riorganizzarsi e rifornirsi. La linea dura sul nucleare non è stata scalfita ed è il segnale che la catena di comando reale non è uscita dal bunker ideologico del regime, ma ha lasciato ai moderati il compito di portare gli americani al tavolo sapendo già dove fermarsi. É la conferma che il regime vuole tenersi strette tutte le carte con cui affrontare la fase successiva. La risposta americana arriva infatti fuori dalla stanza del negoziato.
Nel pomeriggio di ieri, Trump ha annunciato il blocco navale del Golfo come carta da usare se l’Iran non cede. Mentre due cacciatorpediniere americani avviavano lo sminamento dell’imbocco dello Stretto di Hormuz. E questo potrebbe significare non solo la scorta alle petroliere, ma anche predisposizione ad operazioni offensive sui litorali iraniani per neutralizzare le batterie lanciamissili dei pasdaran. Lo stesso per la controparte araba. Il Pakistan, Paese che ha ospitato il negoziato fallito ha inviato un contingente militare e aerei da combattimento in Arabia Saudita. Il ministero della Difesa saudita ha annunciato il dispiegamento nella base aerea King Abdulaziz di Dhahran, nella provincia orientale. La formula ufficiale parla di coordinamento militare congiunto e di aumento della prontezza operativa. La sostanza è che Islamabad compare nello stesso giorno come sede del negoziato morto e come snodo di un riallineamento militare sul fianco saudita. Anche questo dice che la tregua non sta raffreddando il conflitto, ma lo ridistribuisce.
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