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Usa, Rubio: «Fermare Teheran ora o mai più. Fare nulla ha sempre delle conseguenze»

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Il Segretario di Stato spiega ai media statunitensi la linea di Washington

Eleonora Tomassi
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Gli Stati Uniti intervengono, l’Europa commenta. È una costante più che un’eccezione. Anche sull’Iran: Washington sceglie il tempo e si assume il rischio; Bruxelles arriva dopo, tra cautele, distinguo e critiche. Marco Rubio, segretario di Stato e interprete della linea più netta di Washington, lo dice senza giri di parole parlando ai media americani nella notte italiana: «L’Iran vuole ottenere armi nucleari. Su questo non c’è alcun dubbio». E liquida come ipocrita la narrativa secondo cui Teheran sarebbe interessata solo all’energia civile: «Se fosse davvero così, importerebbe il combustibile e costruirebbe centrali visibili e controllabili. Non è quello che ha fatto». Il punto, per Rubio, è tutto qui. Non le intenzioni dichiarate, ma i fatti: strutture nascoste, impianti scavati nelle montagne, capacità di arricchimento che possono essere convertite rapidamente a uso militare. «Le stesse tecnologie usate per l’energia — ricorda — possono servire per arrivare in tempi brevi al livello necessario per le armi». Da anni, sostiene, all’Iran sono state offerte alternative: un programma nucleare civile, trasparente, monitorato. «E ogni volta hanno detto no».

Allora perché colpire adesso? Anche qui, la risposta è diretta: «Stavano costruendo uno scudo convenzionale». Missili, droni, quantità crescenti di armamenti capaci di rendere il Paese di fatto inattaccabile. «Eravamo vicini a un punto in cui nessuno avrebbe più potuto fare nulla contro il loro programma nucleare». Un rischio che Rubio definisce «intollerabile». E aggiunge: «In nessuna circostanza un regime guidato da clerici sciiti radicali con una visione apocalittica può possedere armi nucleari». Da qui la scelta di intervenire: «Questa era la nostra ultima occasione per eliminare quello scudo. Il presidente Trump ha preso la decisione giusta di agire ora». L’obiettivo è chiaro: «Colpire missili e droni significa eliminare il loro scudo e obbligare l’Iran a confrontarsi davvero con la comunità internazionale, rinunciando per sempre alle armi nucleari».


Parole che tracciano una linea politica precisa, ma che si scontrano con una reazione occidentale — soprattutto europea — fatta di esitazioni e distinguo. Si ripete il ritornello: l’Iran «non era una minaccia imminente». Rubio ribalta il concetto: «Sì, lo era. E a volte affrontare regimi così serve a prevenire una guerra più grande». È il nodo centrale che divide le due sponde dell’Atlantico: la prevenzione contro l’attesa, l’azione contro la cautela. Dietro le critiche, però, si intravede qualcosa di più profondo. Una parte dell’opinione pubblica occidentale- anche a destra - continua a ragionare come se l’inazione fosse neutrale. Come se non intervenire non producesse effetti. «Fare nulla ha conseguenze» insiste Rubio. E spesso sono proprio quelle conseguenze a rendere inevitabili conflitti futuri, più ampi e più devastanti. L’Iran, lasciato agire, ha già mostrato la sua capacità di destabilizzazione: reti di proxy, pressione militare indiretta, espansione dell’influenza regionale. «Stavano giocando con noi», è la sintesi brutale.


E continuare così avrebbe significato arrivare a un punto di non ritorno. In questo quadro, il ruolo europeo appare, ancora una volta, marginale. Appelli alla diplomazia, richiami al dialogo, inviti alla de-escalation. Tutto condivisibile, ma sempre dopo che qualcun altro ha preso la decisione più difficile. La realtà, spesso taciuta, è che la sicurezza occidentale continua a poggiare sull’iniziativa americana. Sulla disponibilità degli Stati Uniti a intervenire quando gli altri non vogliono — o non possono — farlo. Nessuno, nemmeno a Washington, «ama la guerra». Rubio lo riconosce apertamente. Ma aggiunge una frase che riassume l’intera linea: «A volte è l’unico modo per ottenere la pace». È una visione dura, contestata, ma coerente. E, soprattutto, operativa. Mentre l’Europa resta ferma nelle dichiarazioni, gli Stati Uniti agiscono. Facendo, ancora una volta, il lavoro sporco.
 

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