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Daniel Pipes: "Tra Usa e Israele approccio diverso ma decidono i pasdaran se sopravvivere o no"

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Daniel Pipes del Middle East Forum: "Per rovesciare il regime servono le truppe

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La voce di un esperto e studioso delle dinamiche politiche e strategiche mediorientali come Daniel Pipes – politologo e scrittore statunitense, fondatore del Middle East Forum e, durante la presidenza di George W. Bush, membro dello United States Institute of Peace – offre spunti di valore notevole e interesse per analizzare il conflitto in corso in Iran.

Ritiene che le divergenze tra Stati Uniti e Israele già prima dell'attacco sull'approccio da attuare contro l'Iran fossero autentiche, ingannevoli o un mix delle due?

«Dall'esterno, non posso valutare se e quali trucchi questi governi hanno attuato per ingannare il nemico iraniano. Al netto della tattica, le loro divergenze sul dossier sembravano reali. In breve: Donald Trump si è concentrato sulla necessità che l'Iran non ottenga l'arma nucleare, mentre Benjamin Netanyahu ha sempre manifestato di temere la sopravvivenza della stessa Repubblica Islamica. Il primo sembrava mirasse a siglare un accordo, il secondo dal principio a rovesciare il regime. Questo contrasto tra visioni rispecchia molte altre questioni in cui Trump cerca effettivamente una modifica limitata allo status quo (si pensa a Gaza, Ucraina e Venezuela), mentre gli attori che hanno profondi interessi in determinati teatri sperano in un cambiamento radicale».


Mosca e Pechino non hanno fatto aiutare l'Iran neanche durante la guerra dei 12 giorni. Stanno sacrificando il loro alleato mediorientale, sperando in concessioni su Ucraina e Taiwan?

«Non vedo alcuna indicazione che Vladimir Putin e Xi Jinping abbiano ricevuto concessioni per non aver sostenuto l'Iran. Entrambi, hanno le ragioni per non farlo: Putin ha un problema più urgente, dato che la sua guerra in Ucraina sta peggiorando. Xi ha problemi più gravi con gli Usa. Probabile che avrei dovuto abbandonare l'Iran senza nulla in cambio».

C'è chi accusa che il confronto militare con l'Iran serva a Trump come diversivo da questioni interne come i files Epstein o la sentenza della Corte Suprema contro i dazi. È così?

«I presidenti degli Stati Uniti hanno una lunga tradizione nel trovare la politica estera più congeniale di quella interna, in gran parte perché hanno molta più autorità in materia. Detto questo, non vedo alcun motivo per credere che Trump stia usando il confronto con l'Iran come un momento di sfogo per distrarre gli elettori americani dai loro problemi quotidiani».


Secondo alcuni analisti, esisteva la probabilità che Teheran, sentendosi in trappola, attaccasse per prima le basi Usa in Medio Oriente o Israele. Lei ha mai creduto in questo scenario?

«Dato il notevole svantaggio militare dell'Iran rispetto a Stati Uniti e Israele, oltre all'enorme forza americana nella regione e al fallimento dei precedenti attacchi contro lo Stato Ebraico, ho sempre ritenuto estremamente improbabile che i suoi leader iniziassero la guerra».


Ritiene che il regime, adesso, potrebbe accettare compromessi su arricchimento dell'uranio e armamento pur di restare al potere?

«Immagino che all'interno della Repubblica Islamica si svolga un dibattito acceso su questa questione. La scelta è amara: continuare a combattere, a prescindere da tutto o tradire l'eredità di Khomeini a patto di sopravvivere? Se fossi costretto a scegliere, opterei probabilmente per la sopravvivenza».

Quanto impatterebbe l'eliminazione della Repubblica islamica sugli equilibri in Medio Oriente e sull'Islam radicale globale?

«Per quasi mezzo secolo, l'Iran ha sconvolto il Medio Oriente e non solo. Il suo rovesciamento avrebbe un profondo effetto sulla regione, calmandola. C'è un altro fattore importante di cui tener conto: la presa del potere da parte dell'ayatollah Khomeini nel 1979 ha trasformato l'islamismo in potenza dominante, conferendo all'ideologia sia potere che maggiore appeal. Al contrario, se il regime dovesse cadere, si porrebbe fine a un'era, indebolendo l'islamismo e riducendone l'attrattiva». Il crollo del regime accelererebbe quello dei suoi proxy, come Hamas, Hezbollah, gli Houthi? «Il crollo li indebolirebbe certamente, ma questi gruppi non dipendono solo da Teheran e quindi potrebbero sopravvivere per un po' di tempo». Lei quale misura raccomanda al governo degli Stati Uniti di portare avanti contro Teheran? «Nell'analisi degli scenari, ho sempre riproposto una legge ferrea: non iniziare mai una guerra su vasta scala se non si è pronti a schierare la fanteria. Sì, la sola potenza aerea può raggiungere obiettivi specifici, come nella Guerra dei Dodici Giorni e nell'operazione in Venezuela, ma non di più». Quale ruolo per l'Europa nell'attuale crisi? «L'orrore della guerra di Putin contro l'Ucraina ha avuto l'effetto positivo di risvegliare gli europei e palesare loro la realtà geopolitica. Spero che questa nuova consapevolezza li porti a sostenere le iniziative di Stati Uniti e Israele contro la Repubblica Islamica dell'Iran».

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