Leggi il settimanale
Cerca
Edicola digitale
+

Crisi Iran, quanto dovrebbe durare la guerra

Esplora:

Alessandro Bertoldi
  • a
  • a
  • a

Ora abbiamo una certezza: i compagni odiano più Trump di quanto amino l’Occidente. La guerra contro il regime islamico iraniano è iniziata da una settimana, ma a sentire i commentatori sembrano passati mesi. Pronosticano catastrofi sin dal primo giorno e sembrano più profeti di sventura che analisti; infatti pare che le ideologie e l’antipatia verso Donald Trump siano più importanti delle informazioni o della realtà.

Non ho grande simpatia per Trump, ma ne apprezzo il pragmatismo. Sono convinto che le sue azioni e quelle di Israele, indipendentemente dai motivi alla base, possano servire nel medio e lungo periodo a realizzare un mondo più sicuro e privo di minacce gravi come quelle che abbiamo scongiurato fino ad oggi. Certo, a Trump piace il rischio, ma gli esiti della partita sono già autoevidenti.

Personalmente non ho mai amato i pronostici: nessuno ha certezze in questo campo, ma apprezzo le analisi che consentono di capire gli eventi prima che possano avverarsi. Il Tempo in questo contesto si è distinto, anticipando l’arresto di Maduro, l’attacco a Teheran e forse anche la caduta del regime cubano. Quello che però non mi dà pace è come ci si possa concentrare di più nel contrastare Trump, Netanyahu o Meloni - peraltro mettendoli nello stesso calderone - piuttosto che nel capire i possibili scenari. Come si possa non considerare le azioni, i crimini, le promesse e le minacce reali messe in atto dai terroristi iraniani, dai loro proxy e dall’islam politico, anche in Occidente, preferendo invece demonizzare noi stessi. Politici e media hanno speso più tempo a criticare Crosetto e Tajani che a denunciare il massacro di decine di migliaia di giovani iraniani. A questo punto si tratta di sciocco autolesionismo.

Torno all’analisi e agli scenari. Un assunto di partenza: chiunque sia il Presidente degli Usa non può commettere pazzie o errori troppo grossolani, come iniziare una guerra senza essere certo di raggiungere dei risultati, perché è coadiuvato da un apparato «scientifico» che gli impedisce azioni senza senso.
Oggi le informazioni parlano di risultati concreti e di reali difficoltà tattiche in cui versa il regime: 4.500 obiettivi colpiti, gran parte dei leader uccisi, buona parte dei lanciatori di missili distrutti, l’80% di quelli a lunga gittata, caos nella catena di comando e contraddizioni negli annunci. Lo stesso presidente è stato smentito dalle azioni sul campo e dai suoi sodali.

La catena di comando sembra essere in parte compromessa, le comunicazioni sono difficili e quasi sempre intercettate da Cia o Mossad; inoltre, le varie fazioni all’interno del regime non sembrano concordare sulla strategia. Le vittime tra poliziotti e militari sono già migliaia, mentre le vittime collaterali tra i civili sono meno di duecento. Si parla anche di diserzioni e di morale a terra, con soldati preoccupati per gli stipendi e per i continui attacchi aerei.

Ci sono dubbi su chi vincerà la guerra? In appena una settimana il regime è già in sofferenza, e gli obiettivi di Trump sono sempre più vicini: quello di un governo a Teheran che non sia più una minaccia militare regionale o internazionale e di una leadership dialogante. Esattamente come è accaduto in Venezuela, dove l’ex vice di Maduro fa tutto quello che le viene ordinato, compreso liberare i dissidenti, e (forse) tra non molto torneranno anche elezioni, libertà piena e democrazia. La guerra, per non causare gravi danni all’economia globale, dovrebbe durare circa un mese e, anche se il regime potrebbe sopravvivere a pezzi, probabilmente non durerebbe molto. La sua stabilità e la capacità offensiva sono già compromesse e forse la minaccia nucleare è stata sconfitta definitivamente. Tutto questo vi sembra poco?
I rischi per tutti ci sono sempre quando la tensione è così alta, ma i risultati sono già tangibili ed enormi e dovremo gioirne.
 

Dai blog