Mariofilippo Brambilla: "Ora possibili defezioni dell'esercito iraniano"
Brambilla, da anni nel team di Pahlavi, traccia la linea su Teheran «Con Mojtaba Khamenei regime più duro. Reza figura centrale»
«Sembrava tutto molto lineare e coerente da parte loro: l’elezione di Mojtaba Khamenei a nuova Guida Suprema. Poi però sono arrivate le smentite. Io non credo alle smentite. Temo siano una manovra per proteggerlo, perché sanno che nel momento in cui lo dichiarano Guida Suprema finisce inevitabilmente nel mirino». Mariofilippo Brambilla di Carpiano, presidente dell’Associazione Italia-Iran e da diversi anni stretto collaboratore del team del principe Reza Pahlavi, commenta con Il Tempo l’attuale situazione in Iran. Se fosse il figlio di Khamenei la nuova Guida Suprema, ci sarebbe una continuità del regime. «Non solo continuità, ma un rafforzamento dell’asse dei Pasdaran, a lui ancora più vicini. Durante la guerra Iran-Iraq si arruolò volontario a 17 anni proprio nei corpi dei Pasdaran. A differenza del padre, che li ha fondati insieme a Khomeini, lui ci è cresciuto dentro. Sarebbe la riedizione di un regime ancora più duro, con un peso dei Guardiani della Rivoluzione maggiore rispetto a prima».
Reza Pahlavi potrebbe avere un ruolo nell’Iran che verrà?
«Certo. Il ruolo che gli è stato dato dal suo popolo e che lui ha sempre rivendicato è quello di garante di una transizione democratica che mantenga l’unità del Paese e lo metta il prima possibile in sicurezza, scongiurando guerra civile e spinte centrifughe. Soprattutto, come garante, intende avviare questa transizione alla democrazia aprendo una fase costituente e portando gli iraniani a votare con un voto libero, che rispetti i criteri di democrazia e il rispetto dei diritti civili e umani, e che li porti a decidere sul futuro istituzionale del Paese. Sottolineo: senza fare campagna elettorale per nessuna delle parti. Le due votazioni in cui tutto questo è stato messo nero su bianco non sono dichiarazioni vuote che poi possono essere smentite. Negli ultimi due-tre anni di lavoro, come governo ombra e come leader di opposizione, lui ha messo giù piani politici presentati alla stampa internazionale».
Nelle ultime dichiarazioni di Trump, però, il ruolo di Pahlavi appare ancora incerto.
«Io ero presente personalmente alla cerimonia di insediamento del presidente Trump l’anno scorso. Ricordo che, parlando con un suo capo dipartimento (un Ministro, di cui non posso fare il nome), quando chiesi cosa succederà con le cose che dice, lui mi disse: "Noi ascoltiamo sempre il Presidente, ma sappiamo che non sempre dobbiamo prenderlo alla lettera". Parole testuali. Queste dichiarazioni sono provvisorie, forse buttate lì. C’è un quadro ancora tutto da definire.
Probabilmente è anche una strategia: non chiarire in questo momento qual è l’alternativa da proporre. È un “treno” troppo pesante per poterlo togliere dal binario. In ogni caso è una figura storica per il suo Paese, un simbolo, al di là di come la si pensa».
Può essere un elemento aggregatore tra le varie minoranze in Iran?
«Sì, perché lui dice: il punto comune è lo Stato che ci accomuna tutti. Infatti usa più la parola "Iran", non "persiani" che riguarda un ceppo etnico. Iran è la composizione di tutti».
Ritiene credibile la diserzione dell’esercito?
«È molto realistico. Lavoro nel team del principe da diversi anni. Abbiamo avuto sussulti di rivoluzioni nazionali almeno dal 2019, con stop and go fino al 2022, prima che Biden abbandonasse l’Iran.
L’esercito nazionale in Iran viene fondato dai Pahlavi, quindi c’è un legame storico di origine. Quando Khomeini prende il potere nel ’79 forma una classe paramilitare proprio per contenere l’esercito, perché non si fidava e temeva un golpe alla cilena. E la cosa che fa subito dopo è far fucilare e trucidare tutti i vertici fino ai gradi più bassi dell’esercito imperiale, che riteneva fedele allo Scià e infedele al nuovo regime islamico. Quindi, anche oggi, pur avendo i vertici nominati e controllati dal regime, è visto con un filo di diffidenza. I ruoli chiave della difesa interna sono affidati ai paramilitari Basij e ai Pasdaran, emanazione diretta del regime. L’esercito è rimasto più ibrido. Ogni volta che ci sono stati tentativi di evoluzione precedenti, abbiamo registrato diserzioni o persone che si mettevano in contatto col principe».
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