Leggi il settimanale
Cerca
Edicola digitale
+

Iran, regime alle strette: pure la Russia molla l'ayatollah Khamenei

Foto: Ansa

Francesca Musacchio
  • a
  • a
  • a

Mentre Ali Khamenei e la leadership del regime si rifugiano nei bunker, aleggia l’ipotesi di un attacco militare contro l’Iran. Ma Teheran reagisce mostrando i muscoli. Murales minacciosi contro gli Stati Uniti sarebbero comparsi nel centro della capitale. I Guardiani della Rivoluzione parlano apertamente di «dito sul grilletto» e avvertono Washington e Tel Aviv di evitare «errori di calcolo». Ma dietro la propaganda emergono segnali di paura. Khamenei avrebbe delegato la gestione quotidiana al figlio Massud. Un fatto che potrebbe indicare la percezione di un pericolo reale e imminente. Secondo analisti e fonti di sicurezza regionali, inoltre, Vladimir Putin potrebbe aver scelto di non spendere più capitale politico e strategico per salvare Khamenei. La Russia, impegnata su più fronti e interessata a negoziare con l’Occidente su altri dossier, potrebbe considerare l’Iran un alleato ormai troppo costoso e instabile. E se davvero Putin ha deciso di non intervenire, il tempo di Khamenei potrebbe essere contato.

 

 

Intanto, dagli Stati Uniti filtrano anche messaggi indiretti: Washington avrebbe avvertito Teheran, tramite canali terzi, che eventuali attacchi dovranno essere «assorbiti». La risposta iraniana parla di dichiarazione di guerra su vasta scala. Ma è una minaccia che arriva mentre il regime appare sempre più isolato e assediato. E sul tavolo di Usa e Israele, secondo fonti diplomatiche e di sicurezza, non ci sarebbe solo un’operazione contro le infrastrutture militari dei Pasdaran, ma anche la fine del regime che avrebbe continuato a reprimere la rivolta interna con la violenza. Sul piano militare, infatti, la tensione è salita di livello. Israele ha portato le Forze di Difesa in stato di massima allerta e avrebbe completato i preparativi per sostenere un’eventuale operazione statunitense. Il comandante del Centcom, l’ammiraglio Brad Cooper, è arrivato in Israele per consultazioni urgenti con i vertici militari. E Idf, sui suoi canali, ha pubblicato la foto della stretta di mano tra l’ammiraglio Brad Cooper e il capo di stato maggiore israeliano, Eyal Zamir. Nel frattempo, tre gruppi di portaerei statunitensi stanno convergendo nel teatro mediorientale, mentre Washington avrebbe informato Iraq, Giordania, Arabia Saudita ed Emirati che un attacco potrebbe iniziare a breve. Il dipartimento di Stato Usa, inoltre, dall’account in lingua persiana, ha pubblicato su X un messaggio in cui afferma che la violenza è parte integrante della politica attuale della Repubblica Islamica. Il testo, postato insieme a un video del pestaggio di una delle aggressori da parte delle forze di sicurezza, recita: "La risposta della Repubblica Islamica alle richieste degli iraniani di una vita migliore dal 1979 a oggi non è stata la riforma e il dialogo, ma la repressione e la violenza".

 

 

Secondo la rivista Time, funzionari iraniani del ministero della Salute avrebbero stimato fino a 30.000 morti in soli due giorni di proteste, tra l’8 e il 9 gennaio. Mentre le stime dell’opposizione e di media legati alla diaspora iraniana arrivano a oltre 36.500 vittime, in più di 400 città coinvolte. Il dato certo è che, davanti alle proteste, il regime ha risposto con la forza. Per il New York Times, lo stesso Khamenei avrebbe ordinato alle forze di sicurezza di reprimere le proteste "con ogni mezzo necessario", dando indicazione di sparare per uccidere e non mostrare pietà. Un ordine impartito il 9 gennaio, nel momento più sanguinoso della rivolta. Nel frattempo, almeno 15 aerei da trasporto cinesi Y-20 sarebbero atterrati a Teheran scaricando materiali militari.

 

Dai blog