Spie iraniane, il fulcro operativo si trova a Roma: reclutamento, propaganda e traffici top secret
Quarant’anni di spionaggio iraniano nel cuore dell’Italia. Per l’intelligence del regime, Roma è uno snodo: reclutamento, sorveglianza, propaganda e traffici sensibili. Ministeri, ambasciate, università, centri culturali, redazioni, stazioni e aeroporti. Un sistema sommerso che potrebbe incrinarsi con le proteste contro il regime in Iran e con quanto accaduto in Venezuela. Nella capitale, al pari di Beirut e Vienna, la vera forza dell’intelligence iraniana è l’invisibilità. Ma la rete è nel mirino. La relazione Copasir 2022 indica che gli apparati iraniani operano in Italia con coperture diplomatiche, culturali, commerciali e accademiche per acquisire informazioni politiche e tecnologiche, monitorare oppositori e fare propaganda e proselitismo anche tramite il cyberspazio. Teheran dispone di due servizi: il ministero dell’Intelligence (Mois, noto come Vevak) e l’Organizzazione di Intelligence dei Pasdaran, con la Forza Quds e la sua estensione operativa «Forza 400» come braccio esterno, diretta da più di 10 anni da Hamed Abdollahi (IRGC). Da non sottovalutare le Parashtu, rondinelle, ragazze arruolate sul modello del KGB per avvicinare potentati e uomini d’affari italiani. Centrale anche IRIB-IRNA, agenzia di stampa, indispensabile per propaganda e come copertura per agenti all’estero con la formula di «giornalisti accreditati».
Il fulcro operativo resta Roma: il Centro culturale dell’ambasciata iraniana è il cuore della rete. Nella zona nord della città gli agenti opererebbero per spingere propaganda e tentare di carpire informazioni sensibili. Mentre dentro il centro culturale ci sarebbe anche un apparato cyber che monitora personaggi d’interesse, inclusi dissidenti in Italia. Le testimonianze degli esuli, infatti, convergono: pedinamenti dopo manifestazioni anti-regime e minacce o perquisizioni ai loro familiari in Iran. La triangolazione con il Venezuela, poi, è un hub documentale e logistico: identità alternative tramite passaporti e cittadinanze ottenute con dichiarazioni anagrafiche e genealogiche false, per entrare in Europa e circolare nell’area Schengen. L’Italia è il punto di arrivo «legale» con permessi per studio o asilo. In diversi casi i soggetti si presentano come cittadini afghani di lingua farsi richiedenti asilo, copertura che ridurrebbe l’esposizione ai controlli. Roma diventa, così, base di transito e riorganizzazione.
Il Mois opererebbe in Italia almeno dagli anni Ottanta, con basi a Roma, Milano, Varese, Trieste, Gioia Tauro, Bari e Napoli. Recluterebbe convertiti italiani allo sciismo e militanti dell’estrema destra e sinistra. Alcuni sarebbero stati inviati in Libano per incontrare Hezbollah, ricevere istruzioni o finanziamenti. Gli obiettivi includono l’acquisizione di tecnologie militari, identificare bersagli sensibili e monitorare oppositori.
Ma Roma compare anche nei dossier giudiziari. Nel 1993, a Montesacro, viene assassinato Mohammad Hossein Naqdi, rappresentante del CNRI in Italia, ucciso da agenti iraniani. Il Copasir scrive che gli apparati iraniani operano in Italia con coperture diplomatiche, culturali, commerciali e accademiche mai identificati. Nel 2010 la Guardia di Finanza arrestò 9 persone tra Roma, Milano e Torino per traffico illecito di materiali verso l’Iran in violazione degli embarghi. Tra loro 4 presunti membri dei servizi iraniani, incluso un giornalista accreditato alla Stampa estera. Processo concluso con l’assoluzione degli indagati, ma le investigazioni fruttarono l’identificazione di numerosi altri soggetti sospettati di spionaggio in favore di Teheran. Nel 2022, invece, emerse un’indagine della Procura di Roma su un traffico di armi e droni da 300 milioni di euro destinati a Teheran, con emissari iraniani e mediatori italiani. L’inchiesta si intreccia con il caso Said Ansari Firouz, morto a Formello (Roma) nel 2020, descritto come intermediario di lungo corso per l’acquisizione di armamenti.
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