L'Idf arretra, in migliaia verso Gaza City. Dagli ostaggi al disarmo di hamas: i punti da chiarire
Il cessate il fuoco tra Israele e Hamas è entrato in vigore e poche ore dopo che il governo israeliano ha approvato l'accordo, decine di migliaia di persone nella zona centrale di Gaza hanno iniziato a mettersi in cammino verso nord dopo l'annuncio dell'esercito israeliano, arrivato a mezzogiorno ora locale. Se gli occhi in Medio Oriente, e non solo, sono puntati sui prossimi decisivi giorni per l'attuazione dell'accordo sul cessate il fuoco a Gaza e il rilascio degli ostaggi, nel futuro ci sono ancora diversi punti oscuri che devono essere chiariti. A cominciare proprio dalla liberazione dei rapiti stessi, che rientra nella prima fase dell'intesa. Oltre ai 20 ritenuti vivi, ci sono i corpi degli altri da restituire e la loro localizzazione è un punto interrogativo. Hamas ha dichiarato di non conoscere la posizione di nove di loro ed è stato concordato di formare una forza internazionale composta da Israele, Stati Uniti, Qatar, Egitto e Turchia che, con l'assistenza della Croce Rossa, cercherà di individuare tutti i resti. Questo meccanismo, sottolinea Yedioth Ahronoth, apparentemente deve ancora essere formalizzato e in Israele si teme che alcune tombe non saranno mai trovate.
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Stamane Leah Goldin, la madre di Hadar, soldato rapito e ucciso durante l'operazione a Gaza nel 2014, ha sottolineato che "se non verranno restituiti tutti i morti, la prossima guerra è dietro l'angolo". Il timore della donna è che "Hamas dira' di non sapere dove siano i morti israeliani per usarli come merce di scambio contro Israele nella prossima guerra che sta pianificando". Altro punto da chiarire è la questione della governance futura di Gaza e, connessa a questa, della sicurezza. Nel piano in 20 punti del presidente Usa Donald Trump, si parla di un 'Consiglio di Pace' presieduto dallo stesso capo della Casa Bianca, del quale faranno parte diversi membri, ancora da nominare. L'unico nome fatto finora è quello dell'ex primo ministro britannico Tony Blair. Ci si attende che ne faranno parte esponenti di Paese arabi e musulmani, così come di organizzazioni internazionali, che possano anche contribuire finanziariamente alla ricostruzione. Questo organismo internazionale supervisionerà un governo di transizione temporaneo con tecnocrati palestinesi ed esperti internazionali che gestirà la fornitura dei servizi essenziali, in attesa che l'Autorità nazionale palestinese attui le profonde riforme richieste. Accanto a questo, ci dovrebbe essere una forza panaraba da schierare nell'enclave palestinese: si e' parlato della partecipazione dell'Indonesia e dell'invio di truppe insieme agli Emirati e ad altri stati, forse anche all'Arabia Saudita. Questa dovrà essere pienamente coordinata con Israele e resta da capire come faranno queste forze armate ad assumersi la responsabilità del territorio e con quali regole di ingaggio.
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Terzo interrogativo riguarda il disarmo di Hamas. Il gruppo militante islamista ha sempre respinto questa opzione e resta da capire su quali termini si troverà un accordo, chi ne sarà garante e come si potrà certificare l'avvenuta consegna delle armi. Già nei giorni precedenti all'annuncio dell'intesa, alcune fonti di Hamas avevano parlato ai media di una differenza tra armi pesanti e armi 'difensive'. Si tratta di un nodo difficile da sciogliere che, insieme alla governance di Gaza, rientra tra i punti da negoziare nella seconda fase dell'accordo. Entrambi riguardano la possibilita' che il gruppo militante palestinese venga effettivamente rimosso dai meccanismi di potere nella Striscia.
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Altra questione riguarda il ritiro delle truppe israeliane da Gaza. Per ora si sono attestate lungo la linea concordata nella prima fase, ma il ripiegamento definitivo dipenderà dai progressi nell'ambito dell'accordo. Secondo la stampa, Hamas ha avuto chiare garanzie da Trump che Israele non riprendera' la guerra una volta ottenuti gli ostaggi. Ma non e' chiaro cosa accadrà se emergeranno divergenze tra le parti sul rispetto dei termini dell'intesa. Infine, c'è il tema della ricostruzione della Striscia, completamente devastata dopo due anni di bombardamenti a tappeto e violenti combattimenti. Serviranno decine di miliardi di dollari: un 'affare' che vede l'interesse di diversi attori internazionali, tra cui la stessa famiglia Trump, ma anche Turchia e Paesi del Golfo. E anche qui si pone un problema di sicurezza, con la necessita' di garantire che, al contrario del passato, il flusso di denaro non venga deviato verso la ricostruzione di tunnel e altre infrastrutture terroristiche di Hamas. Strettamente legato a ciò, ci sono le necessità della popolazione civile. La Striscia è stata distrutta quasi completamente, non c'e' praticamente un solo edificio integro in tutta l'enclave. Quasi tutta la popolazione e' stata sfollata, la stragrande maggioranza ha perso la casa e dovrà continuare a vivere in tendopoli per molto tempo, tra forti disagi, creando una situazione potenzialmente esplosiva. Nella lunga lista dei nodi da sciogliere, c'e' poi quello del futuro delle relazioni regionali, del possibile allargamento degli Accordi di Abramo, del ritorno alla normalizzazione dei rapporti tra Israele e Turchia e infine la speranza dei palestinesi di uno Stato indipendente. Nel piano di 20 punti si fa riferimento alla possibilita' che si creino "le condizioni per un percorso credibile verso l'autodeterminazione e la sovranità palestinese". "Gli Stati Uniti stabiliranno un dialogo tra Israele e i palestinesi per concordare un orizzonte politico per una coesistenza pacifica e prospera", si legge nel documento. Ma resta da vedere come questa visione potrà trovare una sua realizzazione, a fronte della convinzione del premier israeliano Benjamin Netanyahu, più volte ribadita, che "uno Stato palestinese non ci sarà mai".
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