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Tasse, ecco come ridurle. Irpef al 33% per i redditi fino a 60mila euro: dove prendere i soldi

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Filippo Caleri
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Adesso o mai più. È il momento giusto per tagliare le tasse al ceto medio. Quello che guadagna approssimativamente tra i 30 e i 70 mila euro all’anno. Che tradotto in soldoni, significano buste paga nette mensili comprese tra 1700 e meno di tremila euro.

Che paiono ricchi ma tali non sono perché sì non vicini alla soglia di povertà ma nemmeno hanno possibilità di scialacquare, soprattutto vivendo in una grande città del centro e del Nord.

L’imperativo categorico della prossima legge di Bilancio è dunque quello di portare a casa almeno l’estensione del taglio dell’aliquota Irpef dal 35% al 33% a chi guadagna redditi fino a 60 mila euro.

Oggi lo sconto è applicato fino a 50mila. L’apertura del viceministro dell’Economia, Maurizio Leo, al Festival di Trento, alla misura c’è stata ma è rimasta un po’ tiepida: «Se le cose andranno bene, come spero, possiamo fare un passettino avanti sopra i 50mila, ovviamente risorse permettendo» ha detto rispondendo a una domanda sulla possibilità di ipotizzare un nuovo taglio dell’Irpef per i redditi sopra i 50mila euro, qualche mese fa. Il freno, come sempre, sono le risorse.

Quante? Basta leggere i documenti ufficiali (come l’ultimo Documento di finanza pubblica pubblicato dal Mef) per avere un’idea del costo della riforma fiscale fin qui attuata: «La riduzione di due punti percentuali della seconda aliquota Irpef, applicata ai redditi compresi tra 28 e 50mila euro, che passa dal 35 al 33 per cento, ha comportato un impegno finanziario pari a 3 miliardi». Fin qui il passato.

Ma anche sul nuovo intervento la dimensione non pare insostenibile. A fare una prima stima della copertura è stato, dalle colonne di questo giornale Mariano Bella, direttore dell’ufficio studi di Confcommercio, che ha parlato di una necessità di circa 2,5 miliardi l’anno. Una somma importante ma esiziale rispetto una spesa statale che supera i 1.110 miliardi. E il recupero di una simile somma non pare compito improbo.

La prima buona notizia, prima di individuare le spesa da tagliare, è arrivata dal lato delle entrate martedì scorso dal ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, secondo il quale «le probabilità di uscire come inizialmente sperato con un annodi anticipo dalla procedura di inflazione per deficit eccessivo non sono altissime ma continuiamo a coltivare la speranza. Abbiamo fiducia nei nostri dati». Posto il miracolo che potrebbe avvenire a settembre basterebbe scendere sotto al 3%, a livello spannometrico al 2,9% di deficit, per recuperare un margine di spesa aggiuntiva per lo Stato di circa 2,5 miliardi (lo 0,1% di un Pil 2026 vicino ai 2500 miliardi di euro). Già solo questo sarebbe sufficiente a garantire fondi sufficienti.

C’è anche un secondo aspetto da tenere in considerazione. Il possibile tesoretto derivante dai costi di finanziamento dello Stato. Lo spread tra Btp e Bund in fase di scrittura della Manovra 2025 era in media oltre i 100 punti ora, se si tralasciano i 90 giorni di guerra in Iran, è costantemente vicino ai 70 punti. Qualcosa nelle tasche del Tesoro potrebbe dunque rimanere per la misura in questione. Resta in ultima analisi il taglio di voci di bilancio. Spese da sforbiciare o comunque poste non utilizzate da recuperare per il più alto fine di lasciare soldi in tasca ai contribuenti più tartassati. Servirebbe la motosega del leader argentino, Milei, per mettere mano alla spesa per consumi intermedi della Pubblica amministrazione, cioè acquisti di beni e servizi, pari a poco meno di 95 miliardi. E anche sui trasferimenti e sussidi e sulla spesa per il personale pubblico, il cui monte salari della Pa, che vale oltre 160 miliardi. Soldi, infine, si potrebbero ottenere da un efficace riordino della spesa assistenziale frammentata fra bonus stratificati e misure sovrapposte che, in assenza di un’anagrafe nazionale dell’assistenza, sfuggono alle economie di gestione.

Qualunque sia la soluzione, è ora di interrompere quella stortura dal sapore illiberale riassunta nel dato elaborato da Itinerari previdenziali che dice che il 77% dell’Irpef totale è pagato dal 23% dei contribuenti definiti ricchi, cioè quelli che guadagnano da 29 mila euro all’anno in su. Anche loro come le forrmiche nel piccolo si potrebbero inquietare.

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