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Borsa: mercati ottimisti dopo raid Usa in Venezuela, corrono petrolio e difesa

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Redazione
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I mercati hanno dato il via alla settimana dando spazio all'ottimismo dopo il raid statunitense in Venezuela, culminato con la cattura e la destituzione del presidente venezuelano Nicolas Maduro. All'avvio della seduta i prezzi del barile hanno iniziato a scendere, per poi segnare durante la giornata rialzi di circa l'1,6% per il Wti di riferimento statunitense e per il Brent, saliti di prezzo fino a 58,27 e 61,7 dollari al barile. Poco dopo l'inizio delle contrattazioni il Wti aveva segnato un calo fino a 57,09 dollari al barile e il Brent a 60,58 dollari. Nel corso della seduta le compagnie petrolifere a stelle e strisce Exxon Mobil e Chevron hanno poi registrato notevoli rialzi, rispettivamente oltre il 2% e il 5%, spingendo il Dow Jones oltre la soglia record dei 49mila punti a Wall Street. A Piazza Affari Tenaris ha guadagnato il +4,62%, Saipem il 3,24% ed Eni l'1,45% mentre il Ftse Mib ha guadagnato l'1,04% in scia anche al balzo di Leonardo (+6,25%), tonica come tutto il comparto della difesa. Secondo Raphael Thuin, Head of Capital Market Strategies di Tikehau Capital negli ultimi anni "investitori e mercati hanno imparato a guardare oltre i rischi geopolitici ricorrenti e a mantenere l'attenzione sui fattori fondamentali che guidano la performance di lungo periodo dei mercati, ovvero le prospettive di crescita economica, le dinamiche dell'inflazione e gli utili societari" e gli sviluppi in Venezuela "sembrano rientrare in questo schema". Dopo la risposta positiva dei mercati, quindi, "le prospettive di lungo termine per i mercati dovrebbero rimanere sostanzialmente invariate". Thuin ha osservato che "esiste persino un potenziale di catalizzatori positivi: uno degli obiettivi dichiarati dell'attuale amministrazione statunitense è facilitare l'immissione di una maggiore quantità di petrolio venezuelano sui mercati globali. Il Venezuela, pur detenendo le maggiori riserve petrolifere provate al mondo, oggi è infatti solo un produttore marginale a livello globale".

Come ha spiegato a LaPresse il presidente di Fedepetroli Michele Marsiglia, "poco se ne parla ma il grande problema si chiama CITGO, azienda petrolifera Usa detenuta al 100% dalla compagnia di Stato petrolifera venezuelana PDVSA con oleodotti e 3 raffinerie in territorio americano". Secondo Marsiglia "stanno giocando la guerra per i futuri blocchi esplorativi Offshore e i giacimenti a terra che dovranno essere esplorati con tecniche invasive come il Fracking". Marsiglia ha osservato inoltre che "ci troviamo in una terra ricca di greggio pesante e fonte di ricchezza per diversi usi commerciali" e che "gli Usa sono interessati alla raffinazione di Caracas". Per gli analisti di Janus Henderson, "al di là delle considerazioni di mercato immediate, il cambiamento in Venezuela potrebbe avere conseguenze geopolitiche a lungo termine". "Se gli Stati Uniti si affermano unilateralmente per promuovere obiettivi economici o politici, potrebbero creare precedenti che si ripercuotono su altre regioni. Inoltre, renderebbe più difficile per gli Stati Uniti condannare azioni simili da parte di altri in futuro", hanno avvertito, indicando che "è plausibile un ritorno a un mondo di 'sfere di influenza' ben delineate" con la transizione del Venezuela come potenziale "microcosmo di un più ampio riassetto globale, al quale gli investitori potrebbero doversi adeguare attivamente".

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