
Mps su Mediobanca, l'assalto al santuario di Enrico Cuccia tra speculazione e logiche industriali

Chissà cosa direbbe Enrico Cuccia, fondatore e dominus della grande Mediobanca, crocevia per decenni del potere finanziario italiano, dell’assalto della triade Mef, Caltagirone e Delfin (della famiglia Del Vecchio) alla sua Piazzetta Cuccia. Là, dove per lustri le azioni si «pesavano e non si contavano» in nome del capitalismo relazionale studiato come fenomeno in tutte le università del mondo. Dove si decideva, senza appello, la gloria o la morte di dinastie industriali ma dove trovavano soluzione i dossier dei poteri forti: da Fiata Montecatini, da Edison alla Pirelli passando per la privatizzazioni delle banche di interesse nazionale, solo per citarne alcuni. Ebbene quel santuario, retto da un sacerdote laico, dai costumi votati a un sobrio rigore, per il quale «la ricchezza era più un peso che un vantaggio», dove mai, presente lui, si sarebbero presentati in forze imprenditori e lo Stato, da ieri è sotto attacco. È il mercato, bellezza! Così la plancia di comando della storia industriale e finanziaria del Paese è diventato oggi un fortino sotto assedio.
Comunque vada, da ieri, dopo il lancio da parte del Monte dei Paschi di Siena dell’Offerta pubblica di scambio con le azioni di Mediobanca, il mondo non sarà più lo stesso. Sì, perché oltre ai dettagli tecnici dell’operazione sono tante le letture che analisti e fonti più o meno informate danno del dossier. Tante versioni che partono da quella industriale. Mediobanca, un po’ dello smalto di merchant bank dominante, lo ha perso negli ultimi anni, a vantaggio di una mutazione verso la banca retail, senza riuscire a diventarlo veramente. Così l’unione delle due, al netto dell’effettiva governance finale, potrebbe rappresentare un perfetto esempio di complementarietà tra il Monte, che conta una capacità commerciale tra le migliori in Italia, e la competenza nella gestione delle operazioni di finanza sofisticata e del risparmio, nella quale brilla l’istituto guidato da Alberto Nagel. Ipotesi concreta che qualcuno «colora» anche con una dose di campanilismo. Che si traduce nell’intento di riportare parte delle decisioni di investimento nel centro Italia, luogo ricco come il Nord, ma dove, complice la frammentazione, non esiste una banca dotata di mezzi patrimoniali sufficienti a sostenere lo sviluppo grossi progetti. La gran parte delle ecisioni resta in mano alle grandi istituzioni finanziarie che hanno sede a Milano. Dunque, è il ragionamento, le istruttorie sono spostate dai territori dove si manifestano le istanze di finanziamento verso le direzioni milanesi, che valutano i progetti solo con gli algoritmi, senza avere contatto con le realtà produttive.

Mps lancia un'offerta di scambio totalitaria su Mediobanca: il valore dell'operazione
Un Mps più forte e con la dote finanziaria rimpinguata dal flusso dei dividendi delle Generali che, copiosi, entrano ogni anno nelle casse di Piazzetta Cuccia, potrebbe spostare il baricentro delle decisioni al di sotto del Po. Pare ardito riesumare il termine di «Roman Power» diventato famoso quando Geronzi, presidente delle Generali di allora, tentò di spostare una parte delle decisioni del Leone di Trieste, nella Capitale. Tentativo stoppato dai soci. Di acqua, da allora, ne è passata sotto i ponti. Le istanze si sono modificate e più che un’operazione della finanza della Capitale, qualcuno si spinge a parlare di un dossier avviato dalla politica romana, in senso largo. L’idea di base è sostenere l’Ops per tutelare asset considerati italiani, protetti dallo scudo dell’uso potenziale della golden power, che consentirebbe a quel punto al ceto politico di immaginare una riedizione dell’assunto dell’allora segretario Pd, Piero Fassino, che esclamò di fronte al tentativo di Unipol di prendere la Banca nazionale del Lavoro: «Ma allora abbiamo una banca?». In questo caso ce ne sarebbero addirittura due. Già a questo punto però si è già nella fantafinanza, dove il passaggio dai fatti al complotto, è esiziale. E allora via anche ai rumors più disparati, in parte confermati dagli analisti, e cioè che alla fine della fiera, l’obiettivo finale dell’operazione sia la cassaforte delle Generali che contiene non solo buona parte del risparmio degli italiani, ma anche un congruo pacchetto di titoli di Stato italiani. Un argine alla speculazione finanziaria internazionale e il cui ruolo di stabilizzatore dei conti del Tesoro, e invia derivata del sistema economico, sarebbe messo in crisi, secondo la versione dei Caltagirone e Delfin, dal recente accordo con la francese Natixis che potrebbe spostare la gestione di 650 miliardi verso Parigi. Con buona pace del sovranismo finanziario italiano.

Quell'Italia dei nani che vuole diventare forte
In conclusione. È ancora presto per capire quale disegno si celi dietro l’Ops, in parte già bocciato dal mercato che reputa le condizioni offerte non allettanti. Ieri gli acquisti hanno premiato il titolo Mediobanca e le vendite Mps. A supportare la validità di tutte le tesi esposte valga il commento di un banchiere di razza che a Il Tempo ha detto: «Comunque vada, in questo dossier c’è il primo tempo del film, in cui sarà raggiunto lo scopo prefissato. Ma ci sarà sicuramente un secondo tempo i cui protagonisti non sono ancora scesi in campo». Il giro di giostra è appena iniziato.
Chissà se Cuccia approverebbe.
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