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Superbonus, grido d'allarme delle imprese a Giorgetti: “Fate presto”

Pietro De Leo
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Fate presto! È oramai il timbro dell’approssimarsi del burrone, quando c’è qualcosa di tremendamente pericoloso e l’assillo del tempo incombe sui destini di imprese, posti di lavoro. Stavolta (come altre volte in passato) di un settore vitale per l’economia italiana, l’edilizia e con essa il mercato immobiliare. Così come il destino dei beni su cui molti proprietari hanno investito. L’ha detto, qualche giorno fa, Giorgio Spaziani Testa, presidente di Confedilizia: se non si risolve l’incaglio dei crediti del Superbonus 110%, molti proprietari saranno costretti a vendere il loro immobile. E poi c’è il dato produttivo-occupazionale, messo nero su bianco da Confartigianato: «Sono a rischio 47mila imprese e 173mila posti di lavoro». In precedenza, era stato Carlo Bonomi, Presidente di Confindustria, ad evidenziare l’allarme: «Migliaia di cantieri rischiano di fermarsi». Il governo ha ereditato tutta la complessità della situazione, ma in questo momento la tempistica è decisiva perché decisivo è tutelare questo novero di famiglie ed imprese dopo un sostanziale avvio positivo di politica economica nei primi tre mesi, dove sono stati evitati autunno caldo e sconquassi sul piano sociale, ed è stata in campo un’azione comunitaria efficace che ha portato all’introduzione, in campo europeo, del tetto al prezzo del gas.

 

 

Ora, dunque, è poggiata sul tavolo del governo una prima, possibile chiave di volta, ossia l’utilizzo della compensazione con gli F24 per i crediti incagliati. Il passaggio della questione è stato definito dalla Cna, ieri sera: «L’ipotesi di utilizzare gli F24 dovrà impegnare prioritariamente il sistema bancario a destinare la nuova capienza per acquistare i crediti nei cassetti fiscali delle piccole imprese di ogni importo e per tutte le tipologie di bonus». Queste parole sono contenute in una nota diffusa al termine del tavolo tecnico che si è svolto al ministero dell’Economia, presieduto dal viceministro Maurizio Leo, cui hanno partecipato, oltre ad Abi, Cdp, Sace, Agenzia delle entrate anche le rappresentanze delle imprese e dei proprietari. Che la strada degli F24 sia quella in questo momento con più preferenze lo conferma anche Abi. «Tale proposta è la soluzione percorribile visti gli assai ingenti acquisti di crediti di imposta già effettuati e gli impegni già assunti dalle banche, certificati dalla commissione di inchiesta sulle banche lo scorso giugno».

 

 

Questo si delinea dopo una sorta di braccio di ferro tra banche e governo negli scorsi giorni. Mentre l’esecutivo quantifica lo spazio fiscale che le banche hanno, per compensare i crediti, a 34-35 miliardi. Gli istituti, al contrario, dicono che lo spazio è ben più ridotto. Da qui, dunque, la maggiore praticabilità di una sintesi sugli F24, per quanto non ci sia ancora un amalgama. Le associazioni di imprese, infatti, parrebbero preferire un coinvolgimento delle partecipate pubbliche, che avrebbero possibilità di assorbire l’ingente ammontare dei crediti, circa 19 miliardi. Il tavolo di ieri, a quanto risulta al Tempo, è stato interlocutorio e dunque serviranno altri passaggi. E la nota del Mef, in ogni caso, conferma che il tema delle tempistiche è ampiamente nella visuale del governo, avendo registrato, tra i partecipanti alla riunione, la «condivisione sull’urgenza di intervenire individuando strumenti in grado di dare tempestiva risposta al settore delle imprese edili».

 

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