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Crolla la lira turca. E le Borse affondano

La valuta di Ankara ha perso il 30% da gennaio. Erdogan: "Loro hanno i soldi, noi Allah"

Crolla la lira turca. E le Borse affondano

Erdogan

Sprofonda a nuovi minimi storici la lira turca, arrivata a cedere fino oltre il 15% sul dollaro dopo una punta negativa del 19%. Ha così innescato un generale panico sui mercati, il cui contagio arriva fino all’Europa dove c’è molta preoccupazione per la stabilità del sistema bancario fortemente esposto con le imprese turche. La Borsa di Istanbul ha perso il 2,3%. Male anche l’Europa con Milano in discesa del 2,5%. Parigi è sotto dell’1,5% e Francoforte del 2%. L’euro è calato a 1,14 sul dollaro e lo spread del Btp ha toccato la punta di 267 punti che equivale ad un rendimento del 2,99%. Negli ultimi scambi del pomeriggio la moneta di Ankara quota 6,5 sul dollaro. Dall’inizio dell’anno la svalutazione si avvicina al 50%.

Con un’inflazione esplosa a giugno nel 15,4%, ai massimi da 15 anni, il governatore della Banca Centrale Turca, Murat Cetinkaya, non ha la possibilità di alzare i tassi in misura appropriata. La decisione non è gradita al presidente Tayyip Erdogan che, con le riforme costituzionali, ha ottenuto anche il diritto di sostituire il banchiere in qualsiasi momento. Alla base del crollo della moneta turca ci sono le crescenti preoccupazioni per la cattiva gestione dell’economia, l’influenza di Erdogan sulla politica monetaria e il peggioramento delle relazioni con gli Stati Uniti per via della decisione del governo turco di tenere in carcere il pastore americano Andrew Brunson. Il tema sta a cuore ai gruppi evangelici negli Usa, forti sostenitori dell’amministrazione Trump e, in particolare, del vice-presidente Mike Pence.

Dal canto suo Erdogan sfrutta la detenzione per ottenere l’estradizione di Fethullah Gulen, accusato da Ankara di essere responsabile del fallito colpo di stato del luglio 2016. L’ostilità verso Erdogan ha riavvicinato Europa e Stati Uniti che proprio oggi hanno sferrato un nuovo attacco al governo turco. Trump lo ha fatto fa con un’arma che sta utilizzando spesso negli ultimi mesi: l’imposizione di ulteriori dazi: «Ho appena autorizzato un raddoppio dei dazi sull’acciaio e l’alluminio della Turchia in quanto la loro valuta, la lira turca, è in rapido calo nei confronti di un dollaro molto forte - ha affermato in un tweet il presidente - I dazi sull’alluminio saranno ora al 20% e quelli sull’acciaio al 50%. I nostri rapporti con la Turchia non sono buoni al momento». Pochi minuti dopo l’annuncio del presidente Usa, il tonfo della lira turca: la valuta ha perso il 19% sul dollaro.

Questa situazione ha inasprito i timori del mercato per l’esposizione delle banche occidentali nei confronti della Turchia. Sale in particolare l’incertezza sulla reale capacità delle imprese del paese, pesantemente indebitate, di ripagare i loro debiti in euro e dollari dopo anni di credito dall’estero per finanziare il boom edilizio, uno dei punti cardine della politica economica di Erdogan. Ma proprio il tipico atteggiamento sprezzante di Erdogan ha ulteriormente innervosito gli investitori. «Loro hanno il dollaro, noi abbiamo il nostro popolo, il nostro Dio», è stata una delle dichiarazioni del presidente.

Oggi è tornato alla carica invitando tutta la popolazione alla resistenza. Chiede ai connazionali di cambiare le loro riserve di valuta straniera e oro in lire turche, avvertendo che la Turchia risponderà a chi ha avviato una «guerra economica» contro il paese. Parlando alla folla nella città nord orientale di Bayburta, uno sprezzante Erdogan ha affermato che il dollaro non bloccherà il percorso della Turchia, e definito quello contro il crollo della lira come uno «sforzo nazionale».

La parole di Erdogan non hanno tuttavia sortito effetti positivi sulla divisa nazionale che è tornata ad appesantire il calo. «La ragione di base per cui il cambio è deragliato è che la fiducia nella gestione dell’economia è svanita, sia internamente sia all’estero» commenta a Reuters Seyfettin Gursel, economista dell’università turca Bahcesehir. «Dal momento che chi prende la decisione finale su ogni politica nel nuovo regime è il presidente, la responsabilità di ridare fiducia è sulle sue spalle».

I mercati mondiali però sono preoccupati per la stabilità del sistema bancario. Secondo dati Bri, l’esposizione delle banche mondiali nel paese era di 264,9 miliardi di dollari alla fine del primo trimestre 2018. Le banche italiane hanno concesso finanziamenti per 16,9 miliardi di dollari, una posizione nettamente inferiore a quella di Francia (38,3 miliardi) ma soprattutto Spagna (82,89 miliardi) che, a questo punto comincia ad avere motivo di preoccupazione. Le banche tedesche (17,4 miliardi) hanno posizioni allineate a quelle dell’Italia. La Bce sta seguendo con molta attenzione lo svolgersi degli eventi.

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