Indietro miei Prodi
Romano Prodi che se ne sta fuori dal Pd, il partito fondato e disegnato su misura per lui e per la sua autorevole cifra, è come Karl Marx fuori dal Manifesto del Partito Comunista. Un dettaglio questo del suo staccarsi da Matteo Renzi, che la dice lunga. La sua uscita dal partito, infatti, è ancora più letale della scissione di D'Alema e Pier Luigi Bersani (dove già si certifica il fallimento della fusione tra cattolici e comunisti). Il Professore che non sa accompagnarsi al Giglio Magico conclama appunto una catastrofe peggiore e che viene da lontano. È quella dell'Ulivo, ovvero il pasticcio che metteva insieme Margherita, post-comunisti e i ramoscelli che la soave prosa di un Berlusconi d'annata definiva «i tecnicamente utili idioti». E lui che comunque è stato presidente del Consiglio, presi- dente della Commissione europea, riserva della Repubblica e che va oggi a far da sponsor a una lista dello 0,3 – Insieme – muove a mestizia. Ed è un più che dettaglio. Come se Silvio Berlusconi, tornando in campo – tenendosi fuori da Forza Italia – si mettesse nei ranghi del Mir, i Moderati in Rivoluzione di Gianpiero Samorì. Un più che dettaglio, una nemesi.
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