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La rinascita di Gazebo: "Siamo figli degli anni '80"

"I like Chopin" gli ha cambiato la vita. Da allora è nato un nuovo genere. Dalle canzoni alla moda. Il musicista racconta quando l'Italia faceva tendenza

La rinascita di Gazebo: "Siamo figli degli anni '80"

Alzi la mano chi non sa canticchiare il motivo di «I like Chopin». Dietro quella melodia si nascondeva Gazebo che ha attraversato gli anni ’80 col passo sicuro della popstar. Dall’alto delle sue 12 milioni di copie vendute, Gazebo è stato uno degli inventori dell’italo disco, genere musicale che fondeva il gusto italiano per la melodia con la dance da discoteca. Un connubio felicissimo che ha fatto scuola, generando una serie di epigoni e imitatori perfino oltreoceano. Gazebo ha appena lanciato il remix della sua «Masterpiece» contenuta all’interno dell’album «Italo by numbers», un’antologia di cover anni Ottanta tutte da ballare.

Gazebo, com’è nata l’idea di «Italo by numbers»?

«Un giorno ero nel mio studio e avevo sotto mano gli strumenti elettronici dell’epoca. Ho iniziato a suonare rifacendo vecchie melodie e mi è venuta voglia di riproporre canzoni come "Tarzan Boy" di Baltimora, "Self Control" di Raf, "Easy Lady" di Spagna, "Survivor" di Mike Frances e "People from Ibiza" di Sandy Marton. Mi sono lasciato guidare dal divertimento, mantenendo uno spirito ludico».

Nel suo album c’è anche il remix di «Masterpiece», un brano che negli anni Ottanta andò in vetta alle classifiche. Che effetto le fa risentirla oggi?

«Masterpiece è stato un brano fondamentale perché ha inaugurato la grande stagione dell’italo disco in tutto il mondo. È stato l’unico fenomeno da esportazione che abbiamo vissuto qui in Italia. Poi ce l’hanno copiato tutti, a cominciare dai Pet Shop Boys».

Oggi c’è un grande ritorno delle sonorità italo disco. Cos’è che attira tanto i giovani?

«Certamente la possibilità di usare i suoni elettronici nella struttura classica della canzone composta da strofa e ritornello. Soprattutto i giovanissimi sono molto legati a tutto questo e mi fa molto piacere. Ma c’è un ritorno agli anni Ottanta anche in altri campi».

Secondo lei si tratta di nostalgia?

«Oggi è come se fossimo negli anni ’90. In giro c’è un’atmosfera cupa e si fanno tagli a tutto. Non vedo molta felicità attorno a me. Forse anche per questo c’è voglia di tornare agli anni Ottanta, quando c’era più spensieratezza, voglia di rilassarsi e divertirsi. In tutta Italia ci sono serate dedicate. Gli anni Ottanta sono tornati in modo prepotente».

Per il remix di «Masterpiece» si è rivolto a Mario Fargetta. Perché ha scelto lui?

«Volevo che la canzone fosse riletta da una persona che conosce a fondo la mia produzione e la musica italiana. Solo così si poteva reinterpretare il brano senza tradire lo spirito che l’ha ispirato».

Ne «La Divina» canta per la prima volta in italiano. Ha deciso di abbandonare l’inglese?

«No, ma questa è una canzone in cui racconto un’emozione che ho vissuto in prima persona e volevo farlo senza filtri. Il brano nasce con un testo in inglese come fosse un fake anni ’80. Poi ho sentito il bisogno di raccontarmi nella mia lingua e descrivere le emozioni che mi dà Maria Callas».

Com’è cambiata la sua vita dopo il grande successo di «Masterpiece» e «I like Chopin»?

«È cambiata radicalmente. All’epoca ero uno studente che alternava gli esami all’università con periodi di vita a Londra. Improvvisamente sono passato da zero al successo assoluto. A vent’anni è come vincere al Superenalotto. Praticamente sono stato catapultato in un altro mondo. Da un giorno all’altro mi sono trovato a dividere il palco con personaggi come Elton John. E pensare che in quegli anni pensavo di seguire le orme di mio padre e dedicarmi alla carriera diplomatica. Invece di colpo è cambiato tutto. E anche in questo ci vuole tanta, tanta fortuna».

Oggi tanti giovani vengono catapultati di punto in bianco nella celebrità. Cosa pensa dei talent show?

«Nella mia storia c’è una differenza sostanziale. Io ho raggiunto il successo con un mio brano e poi ho iniziato ad andare in televisione. Oggi, invece, accade il contrario e sono molto scettico. I talent show sono un format televisivo che non si è sviluppato nell’interesse degli artisti. I ragazzi raggiungono il successo improvvisamente, senza aver prima creato un loro mondo. Ogni anno ci sono personaggi che si fanno strada e, dopo qualche mese, vengono messi da parte. Non è il modo giusto per farli crescere professionalmente. I talent show sono un tritacarne che spreme e brucia i talenti».

Come sta oggi la musica italiana?

«Ci sono i network radiofonici che la fanno da padroni. Così le produzioni indipendenti non hanno vita facile. Non c’è più molto spazio e gli emergenti non hanno più la forza per farsi sentire».

Che differenze ci sono tra fare musica negli anni Ottanta e farla oggi?

«È tutto diverso, soprattutto nella musica da discoteca. Oggi i deejay sanno perfettamente quello che vogliono dal loro pubblico. C’è tanta omologazione e in giro si sentono gli stessi ritmi e le stesse atmosfere ovunque. Trent’anni fa, invece, in discoteca si sentivano cose diverse anche all’interno della stessa serata. Si ascoltavano lenti e brani rock e la discoteca era anche uno spazio per socializzare. Oggi ho l’impressione che sia tutto preconfezionato».

Dopo il nuovo album e il remix cosa bolle in pentola?

«Vorrei sperimentarmi nella musica dal vivo. L’italo disco è visto come un genere musicale da studio ma non è così. Qualche giorno fa ho suonato dal vivo a Milano ed è stato un successone. Ci siamo esibiti al Quirinetta di Roma e la risposta del pubblico è stata entusiasta».

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