L'aquila bianca polacca è tornata a volare sopra Montecassino
Settant'anni dopo la battaglia attorno all'abbazia dove i soldati di Anders sconfissero i nazisti
L'aquila bianca esattamente 70 anni fa volava sulle rovine dell'abbazia di Montecassino, da dove a prezzo di furiosi combattimenti aveva scacciato l'aquila nera nazista. I soldati polacchi del XII reggimento ulani di Podolia issavano su un mare di macerie bagnato dal sangue dei furiosi combattimenti la bandiera della Polonia, coronando lo sforzo della spallata decisiva alla Linea Gustav e l'apertura della strada per Roma. Gli uomini del II Corpo d'armata del generale Wladyslaw Anders, come i loro antenati in epoca napoleonica e risorgimentale, combattevano «Per la nostra e la vostra libertà». Conoscevano il valore della libertà perché venivano dai gulag sovietici, conoscevano il morso nazista e quello sovietico, e inseguivano il sogno di ritrovare una Patria che Stalin e la storia avrebbero loro ingenerosamente negato. Oggi sono ancora i polacchi i protagonisti delle celebrazioni della vittoria in quella battaglia che in Polonia fa ancora palpitare i cuori: è un simbolo della sofferenza del l'esercito in esilio che le autorità comuniste avrebbero bollato come composto da «mercenari» e addirittura «servi di Hitler», allo stesso modo dei valorosi patrioti dell'esercito clandestino in Patria, l'Armia Krajowa. Per tutta la mattina la cerimonia internazionale parla polacco, e non solo per la presenza fortemente significativa e il messaggio del premier Donald Tusk. È stato lui a invitare il principe Harry, oggi in tribuna d'onore, è lui a pronunciare il discorso alla presenza dei veterani e dei 1.400 scout giunti in pullman da tutta la Polonia. La due giorni di celebrazioni, ieri e oggi, è stata aperta dall'inaugurazione da parte dell'ambasciatore Wojciech Ponikiewski del Museo memoriale del cimitero militare di Montecassino, realizzato grazie a una raccolta di fondi tra enti, associazioni e istituzioni italo-polacche e progettato dall'architetto Pietro Rogacien, figlio di un ex combattente a Montecassino; quindi l'intitolazione di una piazza di Cassino al generale Anders e lo scoprimento di un busto (il primo in Italia) realizzato da due reduci e finanziato dall'associazione degli ex combattenti negli Usa, alla presenza della figlia Anna Maria. Fino al 1989 le autorità della Polonia comunista avevano sempre scansato e ignorato la tomba del generale e avevano sempre evitato di salutare la vedova Irena Renata e la figlia. Ha un marchio polacco anche la XIII maratonina della Città di Cassino, che ha assunto valenza internazionale ma con al via 1.052 atleti polacchi: ognuno di essi corre simbolicamente con il nome di un soldato caduto a Montecassino e sepolto nel cimitero di guerra. E poi una mostra sui veterani e rievocazioni storiche dei Reenactors, con la partecipazione dell'associazione «Zachod 44». È fresco di stampa »Ricordare il 2° Corpo d'Armata polacco in Italia (1943-1946)» a cura di Paolo Morawski che raccoglie gli atti del Convegno del 23-24 aprile 2013 promosso da Accademia Polacca delle Scienze, Biblioteca e Centro di Studi a Roma e Fondazione Romana Marchesa J.S. Umiastowska; è stato appena rieditato il libro con le memorie di Anders, pubblicate nel 1950 da Cappelli col titolo «Un'armata in esilio» e per oltre mezzo secolo introvabile. L'epopea di Montecassino è celebrata in Polonia anche da una popolarissima canzone: «Papaveri rossi a Montecassino». I papaveri del 1944 «invece della rugiada, bevvero sangue polacco». Montecassino è nella toponomastica delle città polacche e nella memoria collettiva come un sacrificio inevitabile, uno dei tanti di un Paese che è stato battuto ma non si è mai arreso. Il 2014 per la Polonia è un anno denso di significati, e non solo per i 70 anni della battaglia di Montecassino. Dieci anni fa Varsavia tornava in Europa entrando nell'Unione, un quarto di secolo fa Solidarnosc dimostrava che anche il monolite sovietico era vulnerabile e che un elettricista di Danzica poi diventato presidente e Premio Nobel per la pace era riuscito a mandarlo in cortocircuito. Giovanni Paolo II, il 18 maggio 1979 tenne di fronte all'abbazia - nei secoli culla della civiltà europea e scenario nel 1944 dello spaventoso massacro che seguì la barbarie del bombardamento - un discorso che andrebbe riletto nella sua integrità: «Il luogo sul quale ci troviamo è stato reso fertile dal sangue di tanti eroi: dinanzi alla loro morte per la grande causa della libertà e della pace siamo venuti a chinare, ancora una volta, il capo». E ancora: «Gli abitanti di questo bel paese, l'Italia, ricordano che il soldato polacco ha portato alla loro patria la liberazione. Lo ricordano con stima e con amore. Noi sappiamo che questo soldato, per tornare in Polonia, ha percorso una strada lunga e tortuosa: “dalla terra italiana alla Polonia...” come un tempo le legioni di Dabrowski». Nell'omelia il Papa diventato Santo lanciò un chiaro messaggio alla Polonia sotto tallone sovietico. Proprio oggi è anche l'anniversario della nascita di Karol Wojtyla. E così Montecassino diventa ancora una volta crocevia della storia e delle storie. Un crocevia più simbolico, forse, ma anche rafforzato nella memoria collettiva europea, che va oltre le bandiere, i numeri e le celebrazioni. Montecassino torna a essere luogo di pace e di civiltà.
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