Eros e potere nel mito di Cleopatra
L'Egitto ha gli occhi di una donna dalle mille voluttà Dante la getta nell'Inferno, Ovidio ne canta le gesta
Davvero un tipetto sveglio la quattordicenne Cleopatra VII Filopatore, figlia di Tolomeo XII Aulete ed ultima regina d'Egitto. Diciamo pure una ragazzina vispa, tosta e un tantinello arrogante. Almeno così ce la presenta la scrittrice statunitense Martha Rofheart, facendola parlare in prima persona con il tono disinvolto di una adolescente «bene», cresciuta in un ambiente colto, raffinato e ricco di gloriose memorie, dove, però, bisogna imparare subito come va il mondo e comportarsi di conseguenza («La regina di Alessandria», Castelvecchi, pp. 374, 19,50 euro). Cleopatra sa di avere nobilissime origini: nelle sue vene scorre il sangue di Alessandro e lei è convinta di essere l'erede di quel semidio, di avere addirittura un volto simile al suo. Basta guardarla: occhi profondi, naso diritto, fronte spaziosa, sopracciglia folte e arcuate, mento piccolo e arrotondato, labbra carnose e ben disegnate. Cleopatra è fiera di un avo così illustre: peccato che la stessa fierezza non la veda aleggiare intorno a sé. E lei ci si arrabbia: «Il sangue di Alessandro scorre sfortunatamente anche nelle vene di tutti i miei fratelli e sorelle, e di ogni membro dell'antica dinastia reale dei Tolomei. Ma se guardiamo la storia criminale e assurda della nostra famiglia, fa sorridere il lento fluire di quel sangue nelle loro vene! Pensate a mio padre, così debole, un fiacco servitore di Roma!». Ecco, il problema è proprio quella città dalle oscure origini e dalla vocazione predatoria; il problema sono i Romani, che si vantano di avere antenati allattati da una lupa e che proprio per questo «barbaramente ululano e sbavano come lupi alle porte della città»; il problema è che a palazzo sta arrivando- proprio il giorno in cui Cleopatra compie gli anni: e non c'è nessuno che le abbia fatto gli auguri! - «un cucciolo di quella stirpe di lupi», uno che si chiama Marco Antonio, e che è «un soldato e un aristocratico- o almeno ciò che si intende per aristocratico in quella città venuta su dal nulla». Per accoglierlo degnamente fervono i preparativi e si sta allestendo un banchetto in suo onore, cui parteciperà anche la nostra reginetta. Ma lei non sembra curarsene più di tanto: addirittura, il giorno prima, quando è arrivato a cavallo, non ha posato nemmeno lo sguardo su di lui. Anzi si è chiesta: «Chi sarà mai un volgare bestione Romano al confronto di Socrate e Platone?». Ora, però, è curiosa, anche perché Iras, una delle sue sorelle, le ha detto che è molto peloso, che aveva la tunica tutta spiegazzata e che «si vedeva quasi...». Segue uno scroscio di risate da parte di Cleopatra, tanto colta ma anche parecchio maliziosa. Che dire? Che la reginetta di Alessandria in versione Rofheart fa pensare un po' ad una «teen-ager» a stelle e strisce, sbucata fuori da una «Dynasty» greco-egizia? Bè, forse: e tuttavia Cleopatra è un personaggio così complesso e affascinante, ma anche così «colorito» e, per dir così, «vistoso», da offrire spazio ad ogni invenzione letteraria, che, senza troppo massacrare la storia, solletichi/solleciti l'immaginario. «Americanate» comprese. Memorabile, a questo proposito, la «Cleopatra» di Joseph L. Mankiewicz, un film (girato in buona parte a Roma, l'allora «Hollywood sul Tevere») che, cinquant'anni fa, sedusse le platee con la sensuale magìa di una Liz Taylor dagli splendenti occhi viola, e con la maschia prestanza di Richard Burton-Marco Antonio, dai suoi voluttuosi lacci avvinto, come peraltro era avvenuto con Rex Harrison-Giulio Cesare. Non ci piove sul fatto che l'astuta regina d'Egitto, oltre a coltivare, e inzialmente con successo, ambiziosi progetti come «donna di Stato» (l'obbiettivo era un grande impero d'Oriente che rinnovasse i fasti di Alessandro, sotto le sue regali insegne e ovviamente con Antonio, nuovo Osiride, associato a lei, nuova Iside), fosse anche una sensualissima «sciupamaschi». Tanto è vero che Dante, chiamandola «Cleopatràs lussuriosa», la mette all'Inferno - secondo cerchio - insieme ad altre «eroine» travolte dalla bufera dei sensi, come Semiramide, Didone, Elena di Troia (gli «innamorati cortesi» Francesca e Paolo, invece, se ne stanno appartati in un loro ventoso «vortice» tutto speciale...). Ambiziosa, dunque, e lussuriosa, ma… Ma regalmente dignitosa, fino all'eroismo. Così ce la presenta Orazio, nel primo libro dei suoi «Carmina», celebrando la grande vittoria di Ottaviano su Marco Antonio, ad Azio, nel 31 a.C. Orazio esulta, fremente di patriottismo: «Ora finalmente si può bere, brindare, danzare, battendo la terra con piede libero...». Ma è giusto anche rendere onore a quella donna fatale, anzi «fatale monstrum», che rivolse le sue insidie contro la grande Roma, e che, sconfitta, non scelse la fuga né si piegò a una vergognosa prigionia, ma si offrì al veleno di orride serpi. L'amore, il potere, la sfida «virile» della femminilità: anche Shakespeare canta questi «arcani», mentre Tiepolo li esalta in una gloria di forme e colori negli affreschi di Palazzo Labia, a Venezia. E noi accogliamo in Cleopatra l'«eterno feminino» e il suo vorticoso mistero.
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