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La bomba demografica dei musulmani in Europa

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Senza girarci intorno: entro il 2050 i cittadini musulmani, che oggi sono il 5% dell'Unione, diventeranno probabilmente il 20%. Secondo il giornale che dedica al fenomeno un'inchiesta particolareggiata, densa di cifre, il fenomeno sarebbe connesso al basso tasso delle nascite e al costante fenomeno migratorio. Gli europei, insomma, non fanno più figli a fronte di una prolificità particolarmente significativa di coloro che provengono da paesi islamici. A Bruxelles, tanto per fare un esempio di come sta cambiando la popolazione, i sette nomi maschili più registrati all'anagrafe sono Mohammed, Adam, Rayan, Ayoub, Medhi, Amine, Hamza. Ciò dimostra che la questione demografica e quella dell'identità culturale e religiosa continentale è un problema da non sottovalutare, per quanto le ricette di respingimento o di assimilazione degli immigrati sono quasi tutte fallimentari e foriere di conflitti che sarebbe bene evitare. Anche di fronte al raddoppio nell'ultimo trentennio dei musulmani in Europa ed alla prospettiva di un ulteriore raddoppio entro il 2015, la via dell'integrazione resta la più sicura e la più civile per fronteggiare un fenomeno che ha caratteristiche imponenti e non arginabili con la retorica della «difesa» da pericoli inesistenti. Piuttosto si dovrebbe riflettere sull'abbassamento delle specificità identitarie degli europei stessi i quali sono diventati, negli ultimi decenni, molto più «permeabili» alle influenze comportamentali e latamente culturali degli immigrati per via dell'abbandono o dell'affievolimento del loro carattere, tanto negli stili di vita quanto nel riconoscimento dell'appartenenza ad un patrimonio valoriale storicamente formatosi ed oggi del tutto ignorato a cominciare dalle scuole e dai centri di formazione. I musulmani, insomma, è bene che rimangano tali; ma è altrettanto opportuno e ragionevole che gli europei siano se stessi e non si lascino fuorviare da un relativismo la cui irruzione perfino nell'ordinamento statuale è dato da nefaste iniziative giudiziarie come quella di cui si è reso protagonista il Tar nei giorni scorsi penalizzando di fatto l'insegnamento della religione cattolica nelle scuole o abolendo, come vorrebbero taluni adepti della setta politically correct, i simboli della tradizione cristiana che sarebbero «offensivi» per le altre religioni, neppure sospettando che il cristianesimo, oltre ad essere spiritualmente connaturato alla cultura europea, ne rappresenta l'elemento distintivo insieme con il retaggio greco-romano. Il Vecchio Continente, comunque, deve attrezzarsi ad una nuova sfida poiché una popolazione etnicamente e culturalmente composita comporta cambiamenti in tutti i campi, dall'educazione al lavoro, dalla sanità, alle scelte di vita. E poi non dimentichiamo che un'Europa più islamica sarebbe oggettivamente meno propensa al rafforzamento di quell'alleanza euro-atlantica garanzia di libertà e di sviluppo nel campo dei diritti umani. Se la popolazione di Marsiglia e di Rotterdam è per il 25% composta da musulmani e quella di Malmoe per 20%, e Parigi e Londra ne contano il 10% non significa, comunque, che l'«invasione» apra scenari apocalittici. Si tratta di vedere come organizzare la convivenza senza cadere in tentazioni xenofobe o discriminatorie anche perché molti degli islamici che approdano nel nostro Continente sono disposti a cambiare, non costretti da nessuno. In Germania, per esempio, il 69% delle donne arabo-musulmane dichiara di non portare mai il velo. Ed è tutt'altro che infrequente incontrare per le strade di Londra e di Parigi ragazze, provenienti da Paesi mediorientali, in tutto e per tutto simili alle loro coetanee inglesi e francesi. Poco male se aumentano i locali «esotici». Quel che è importante è che l'Europa non smarrisca il senso di se stessa e che i «buoni europei» sappiano delle loro radici almeno quanto gli «ospiti» conoscono le loro.

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