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Carlo Delle Piane: "In tv niente cinema italiano. La bufala della prima serata"

Ama il cinema ed è preoccupatissimo per il piccolo schermo: niente cinema italiano, niente arte, niente cultura: «Un vero schifo». Delle Piane, interprete poliedrico e geniale, debutta nella Capitale domani alla Sala Umberto con «Ho perso la faccia», una commedia nella quale veste i panni di un particolarissimo chirurgo estetico. Lo spettacolo, di e con Sabina Negri, con Erica Blanc, regia di Renato Giordano, resterà a Roma fino al al 26 ottobre, sarà poi a Milano al teatro San Babila dal 4 al 30 novembre.


Carlo delle Piane, cosa è per lei il teatro?


«Il teatro? mi piace, mi piace tantissimo. Amo incredibilmente il cinema, quest'anno compio i sessant'anni di carriera artistica, ma il teatro è un'altra cosa. Il contatto diretto con il pubblico è molto eccitante, in teatro si può solo essere bravi».


La sua carriera teatrale?


«Inizia nel 1960, con Walter Chiari, in "Un mandarino per Teo", poi dal '61 al '64 una esperienza importante con "Rugantino" accanto al grande Aldo Fabrizi, che interpretava il boia, Mastro Titta, poi c'era Nino Manfredi e, nel ruolo femminile, prima Lea Massari e successivamente Ornella Vanoni. Dal '90 al '91 "Ti amo Maria", con Anna Bonaiuto».


Di Aldo Fabrizi fu molto amico...


«Sì, con lui una grande amicizia e una grande scuola come attore. È stata l'unica persona, del mondo dello spettacolo, con il quale ho legato. Era un po' fuori dal giro del cinema, come me, e come me odiava i pettegolezzi, le mode. Mi ha insegnato moltissimo. Sempre parlando di teatro, poi, con Sabrina Negri, qualche anno fa portai in scena "Al Moulin Rouge con Toulouse Lautrec", recitammo solo al nord, a Roma non venimmo».


E ora per farsi perdonare dai romani debutta con «Ho perso la faccia» proprio nella Capitale.


«Sì, interpreto un personaggio pazzo, stravagante, folle, completamente diverso da tutti quelli precedenti. Sono il primario di una clinica estetica che scopre di essere tradito dalla moglie. E l'amante è uno dei suoi pazienti... Si vendicherà in un modo molto, molto particolare».


Dei tanti ruoli che ha interpretato a quale è più legato?


«Il personaggio che mi ha dato di più è quello di "Una gita scolastica", di Pupi Avati, ma l'interpretazione che sento più mia deve ancora venire».


Ha un'idea precisa?


«Sì, ho realizzato un cortometraggio di otto minuti nel quale interpreto un malato di Alzheimer. Avati, che lo ha visto, mi ha detto che è il più bel personaggio che io abbia mai creato. Io sono sempre stato attratto dalla follia, ora su questo tema vorrei passare al lungometraggio: quello che mi interessa è un viaggio nella follia».


E il regista che la ha colpita di più?


«Non ho lavorato con molti grandi registi, tranne Monicelli, all'inizio, e poi Pupi Avati ed Olmi. Il grande cinema italiano non mi ha dato tante possibilità, molti registi non mi hanno mai chiamato. Oggi stimo molto Gianni Amelio, mi piacerebbe lavorare con lui».


Parliamo un po' di televisione, recentemente c'è stata una polemica: alcuni si lamentano che in tv si vedono pochi film italiani in prima serata.


«Ed è vero, in televisione si vedono solo schifezze. Questa tv è una vera spazzatura: i reality, le fattorie, le isole... vere schifezze che fanno danni. Perché poi quei personaggi diventano protagonisti, magari li fanno recitare, ma sono dei cani. Ed anche le donne, ma non le chiamo cagne: per me sono "cane". E le fiction... tutte uguali, quando faccio zapping mi sembra di avere il telecomando rotto».


Ma lei, la tv, la farebbe?


«Ma sì, magari una fiction, se si tratta di una storia bella, interessante, non ho pregiudizi».


E dei tanti grandi con i quali ha lavorato cosa le resta?


«Ho iniziato a 12 anni, ero un bambino, ed un bambino di quei tempi era ancora più bambino di quelli di oggi. Vedevo attorno a me questi attori importanti, ma non apprezzavo la loro bravura».

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