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De Gregori canta sotto la pioggia

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E sotto la pioggia, coraggioso come i centomila che hanno resistito davanti al palco, nonostante il tempo inclemente e una breve sospensione dello show, a metà strada, per problemi all'amplificazione. A loro, a questo pubblico, De Gregori ha rivolto subito un cenno d'inchino. Trent'anni di carriera, ha detto qualcuno. In realtà, a partire dal primo disco ne sono passati 33. Trent'anni dalla morte di Pier Paolo Pasolini. È questo l'anniversario che non si deve dimenticare e Francesco De Gregori fa volare la sua canzone "A pà" come un giglio sul campo del concerto, prima che la pioggia lo bagni, cadendo improvvisa dopo un pomeriggio di esitazione. Si aprono gli ombrelli e il suono dell'acqua sovrasta quello delle canzoni. In tutto 33, come gli anni, quelli passati a fare dischi. Arrivano subito nell'ordine: "Tempo reale", "La storia", "Vecchi amici" (quest'ultima la presenta dicendo: «una canzone vecchia, ma che va bene per tutte le stagioni»), "Numeri da scaricare", "L'aggettivo mitico", "Il panorama di Betlemme". Bombetta nera in testa, occhiali alla Harry Potter, e come arma una chitarra tagliente. Francesco De Gregori, a guardarlo bene oggi, è facile che ti strappi un sorriso. Canta tutta la sua avventura discografica, da Alice a Gambadilegno, divertendosi come alle prove, quando si dialoga con la band e si insegue il suono che è nelle proprie corde. Guai adesso ad attrezzargli un garage o un capannone, potrebbe rintanarsi lì con i suoi rodatissimi musicisti magari per provare come sarebbe "La storia" se l'avesse scritta oggi. Per il resto, il carattere schivo sembra acqua passata. In tanti, ieri sera a piazza di Siena a Roma, sono venuti a vedere lo strano effetto che fa. E dalla sua valigia, De Gregori ha tirato fuori i pezzi che oggi gli vanno più a genio, quelli che non può proprio evitare di fare perché il pubblico trepidando li invoca, quelli su cui la band ama fantasticare, dilatandoli, sporcandoli, ritmica a tutta forza, in un set in cui persino la voce sferraglia come una locomotiva che ha sbuffato e fischiato il suo vapore. È, infatti, per il musicista romano la quarta apparizione in quattro mesi solo nella sua città. È sua l'ultima canzone per l'estate in quest'appendice di eventi musicali all'aperto che ha visto il suo nome comparire accanto a quello di Elton John, ispiratore - semmai - dell'amico Antonello Venditti. De Gregori si fa attendere meno del previsto, mentre un sottofondo di musica country accompagna il rito preparatorio del palco. I "New Country Kitchen", formazione bluegrass in cui militava il compianto Marco Rosini - che con il suo mandolino ha tanto caratterizzato gli ultimi dischi della star della serata - si esibiscono nel classico ruolo di gruppo spalla. All'insegna della passione per la musica americana ha inizio il concerto, intriso di omaggi, ricordi, amici. Primo fra tutti Ambrogio Sparagna, quello che la taranta ce l'ha nell'organetto, un musicista non nuovo ad incursioni dal tocco popolare nei tour di De Gregori: "Titanic", "L'abbigliamento di un fuochista", "Stelutis alpinis", "Sotto le stelle del Messico", "Generale" le ha fatte anche un po' sue e arrivano a metà concerto. Non basterebbe una notte intera e nello spazio di poche ore la jam della Francesco De Gregori band gioca e rulla con "Un guanto": e lì l'amplificazione fa le bizze per l'umidità, il concerto si interrompe, ma nessuno a voglia di andarsene. E allora, appena possibile si riprende e gli applausi sommergono "Atlantide", "La leva calcistica della classe '68", "Compagni di viaggio", "Niente da capire". Ed ancora: "La donna cannone", "Rimmel", "Sangue su sangue", "La valigia dell'attore", "Il bandito e il campione", "Pezzi di vetro". La buonanotte arriva, con la canzone più dolce e spigolosa di tutte: "Buonanotte fiorellino", più spigolosa nel nuovo arrangiamento, con il vezzo-vizio del suo autore di anticipare le frasi o di ritardarle; più dolce il coro del pubblico, a pioggia ormai finita. «Questa canzone si chiama "Baby è lunedì"», dice De Gregori p

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