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di MASSIMO TOSTI PECCATO che Antonio Martino impegni molto del suo tempo a fare il ministro ...

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Lo dico - e lo scrivo - con il gusto del paradosso, lo stesso che lui offre con generosità alle papille del lettore in un prezioso libricino - «Semplicemente liberale» (Liberilibri, 198 pagine, 14 euro) - appena pubblicato. L'avverbio nel titolo intende dire che l'autore è un liberale tout-court, niente a che vedere con le varie sottospecie proliferate negli ultimi anni (liberal-socialisti, social-liberali, catto-liberali, o liberal senza la vocale in fondo). Nelle pagine di questo saggio troverete le ricette su molti temi di attualità: la globalizzazione, la solidarietà, il fisco, il federalismo, l'immigrazione. Ricette scritte in modo chiaro e limpido. Diffidate di chi non sa esporre le proprie idee: o vi vuole imbrogliare, o le ha confuse. E non è il caso di Martino. Un secolo fa George Bernard Shaw (in un pamphlet intitolato «Maxims for revolutionists») scrisse: «Libertà significa responsabilità. Perciò la maggior parte degli uomini ne ha terrore». Si può partire di lì per spiegare i ricorrenti attentati alla libertà (posti in essere da chi si definisce, in varia misura, liberale), legittimati da un numero crescente di sudditi che chiedono soltanto di essere guidati, coccolati, protetti e deresponsabilizzati. Riflettete: da quando i totalitarismi sono stramazzati sotto i colpi dei propri errori, i governi "liberali" (primo fra tutti, anche in ordine di tempo, quello americano) si sono dati da fare per limitare le libertà dei propri amministrati. Si sono moltiplicati divieti e censure, obblighi e imposizioni. Nessun leader di buonsenso s'azzarda più a proporre lo statalismo tout-court (fallito ingloriosamente), ma molti s'affannano a proporre soluzioni illiberali per limitare i margini di scelta dei sudditi in moltissimi campi. Si impongono cinture di sicurezza e caschi per chi circola in auto o in moto; si incollano scritte terroristiche sui pacchetti di sigarette, si rafforzano le norme proibizionistiche in materia di droghe leggere, nella generica convinzione che gli individui adulti non sappiano badare per conto proprio alla salute. «In una società libera - osserva Martino - la legge deve proteggere l'individuo dalla violenza degli altri, non proteggerlo da se stesso». E invece, no. Molte leggi, tendono a limitare le libertà individuali, dettando comportamenti, imponendo balzelli, dettando condizioni. Alla fine del Settecento Montesquieu scriveva che «la libertà è il diritto di fare qualunque cosa la legge permetta». Più leggi ci sono, e meno sono le cose permesse. In Italia ce ne sono in vigore 200 mila, un'enormità. E ogni giorno il parlamento ne approva di nuove, sulle materie più futili e disparate. Qui Martino propone un primo (ragionevolissimo) paradosso. Se i regolamenti parlamentari, invece di riconoscere a deputati e senatori, una diaria per ogni votazione alla quale prendono parte, prevedessero il pagamento di una multa per ogni voto, riusciremmo a decongestionare questa bulimia legislativa, con indiscutibili vantaggi per la collettività e per la serietà del lavoro dei legislatori (che troppo spesso votano senza neppure conoscere l'oggetto della votazione). Un secondo paradosso riguarda il sistema elettorale che divora quantità enormi di denaro. I candidati investono cifre spaventose, coscienti di poterle recuperare, una volta eletti, distribuendo favori. Le lobby impegnano somme ingenti per garantirsi l'elezione di persone manovrabili e corruttibili. «Per rompere questo circolo vizioso - scrive Martino - si possono sostituire le elezioni con il sorteggio, come accade per le giurie popolari. La composizione del parlamento migliorerebbe nettamente, perché rifletterebbe alla perfezione la struttura della società: ci sarebbero molte più donne e la varietà di opinioni sarebbe maggiore». All'obiezione che finiremmo per affidare le sorti del Paese a persone prive di esperienza, Martino replica che «abbiamo fatto esperienza di politici di esperienza, e non è stata una bella

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