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di CARLO SCARINGI NELLA parabola sportiva di Tazio Nuvolari - il grande campione dell'automobilismo ...

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I circuiti non offrivano una visibilità completa della gara e le grandi competizioni su strada - come la Mille Miglia - si svolgevano anche in ore notturne. Proprio durante una Mille Miglia Nuvolari compì un'impresa leggendaria. È il 1930, Nuvolari si è presentato alla corsa bresciana con un'Alfa 1750 con cui spera di battere il rivale di sempre, Achille Varzi. L'avversario ha condotto la corsa quasi sempre in testa, ma negli ultimi chilometri viene superato imprevedibilmente da Nuvolari, che taglia il traguardo per primo. Come ha fatto? In realtà il grande Tazio tallonava da qualche tempo il rivale, ma a fari spenti, per non farsi scorgere... Fu quello uno dei tanti episodi di una rivalità fra due personaggi profondamente diversi, divisi da dodici anni di età - Nuvolari era nato nel 1892, Varzi nel 1904 - e da uno stile di guida quasi opposto: grintoso quello di «Nivola», tranquillo quello di Varzi. Avevano cominciato a sfidarsi nel 1924, nelle prime gare motociclistiche, e continuarono a farlo fino al 1948. In quei quasi venticinque anni Nuvolari divenne una leggenda vivente dell'automobilismo. Una leggenda le cui origini vanno cercate all'inizio del Novecento, quando un ragazzo di una famiglia benestante di Castelfidardo, vicino a Mantova, è colpito dal virus della velocità. Con l'aiuto economico del padre, comincia a correre: piccolo di statura, magro, il volto spigoloso e un sorriso un po' beffardo, si integra alla perfezione con la moto, diviene tutt'uno con essa. Una volta, nel 1925 si presenta alla partenza del Gran Premio delle Nazioni a Monza, tutto ingessato e legato al sellino. E vince. Da allora la sua corsa non si arrestò più. Il campione passò vittorioso su tutte le strade e le piste europee, con qualche spedizione anche negli Stati Uniti, per la Coppa Vanderbilt, e in Africa per i Gran Premi di Tunisi e di Tripoli. Negli anni Trenta ebbe perfino un aereo personale e non nascose la sua amicizia con Gabriele D'Annunzio, che in occasione del loro primo incontro gli regalò una tartarughina d'oro che gli servì da modello per farla ricamare sulle sue magliette. «All'uomo più veloce, l'animale più lento», gli disse il Vate consegnandogliela. D'Annunzio vedeva in «Nivola», come lo chiamava, «l'eroe del rischio disperato». Un «rischio disperato» Nuvolari lo corse durante la Mille Miglia del 1947, quando affrontò ancora una volta la gara di cui era ormai un veterano - l'aveva vinta nel 1930 e nel 1933, - al volante di una Cisitalia 1100 scoperta, una vetturetta fin troppo leggera. A Roma, al giro di boa della corsa lunga 1.600 chilometri, era nettamente in testa, un vantaggio che continuò a mantenere fino a Bologna, ossia ormai a non molta strada da Brescia. La vittoria sembrava dunque assicurata. Invece scoppiò all'improvviso un uragano, con pioggia e grandine che flagellavano il volto di «Nivola», esposto alle intemperie nella sua macchina senza capote; e così Clemente Biondetti, ben protetto nella sua grossa berlina Alfa Romeo, lo superò. L'anno seguente Nuvolari partecipò di nuovo alle Mille Miglia, questa volta con una Ferrari Spider; ma di nuovo il destino gli fu avverso, con la macchina che si perdeva un pezzo dopo l'altro. Fu la sua ultima Mille Miglia. E se fu sconfitto, non fu però vinto, perché proprio in quelle condizioni e con la salute malferma, dimostrò tutta la sua tempra di combattente nato, di tenace corridore, di sportivo coraggioso. Anche il nemico-amico di sempre Varzi, rimasto fedele all'Alfa, continuava a correre. Eppure entrambi non erano più giovani e la fatica cominciava a farsi sentire. Nuvolari, in particolare, era già malato nel fisico e nel morale, dopo la prematura scomparsa dei due figli. Il 30 maggio del 1948 i due grandi avversari s'incontrarono a Bari, due settimane dopo a Mantova per la coppa intitolata a Giorgio e Alberto, i due ragazzi morti di Nuvolari. Come sempre, una stretta di mano prima del via, un rapido saluto che però suonò come la premonizione che quel

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