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La nota distintiva del «Don Pasquale» che si rappresenta a Piazza Gigli nell'allestimento del Gran Teatro ...

Infatti l'azione drammatica, allogata ab origine agl'inizî dell'Ottocento, è dai detti interpreti spostata agli anni Trenta del susseguente secolo. Èra fascista, ma al contrario di Franco Zeffirelli, che in quel di Spoleto or sono anni incluse emblemi, simboli e fasci del Duce in scena, l'attitudine e la fantasia dei Nostri vi soprassiedono: e si limitano ad abiti ed oggetti e filmati della borghesia dell'epoca fuor di fede e prassi fascistiche. L'esito è gradevole e non impegnativo, e seconda la storia senza soverchie contraddizioni, come quella del veder automobili, telefoni bianchi ed il giovane De Sica Vittorio infusi di melodie ottocentesche: come se fosse il Benito inghingherato di bachiani contrappunti, fugati e fughette.
La direzione musicale s'avvale dello zelo d'Antonino Fogliani, che la partitura tira avanti con insistito geometrismo e scarsa flessuosità di fraseggio. L'esito è quello d'un «Don Pasquale» volenteroso, segnato da ingenua immediatezza: se mai possibile, da rifinire nelle repliche, o riprese. Domina il cast vocale la signora Inva Mula: Norina levigata, agile nel vocalizzo e duttile nella recitazione, al di cui fianco Alberto Rinaldi fa sapiente e sciolto Malatesta, mentre con insufficiente voce si districa il Don Pasquale di Alfonso Antoniozzi. Lodevole qua e là il tenore Antonino Siragusa in Ernesto.
E. Cav.

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