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di ENRICO CAVALLOTTI SI TENGA opinione che un avvertito interprete come Placido Domingo ...

ma non è in grado, per quanto interprete prode ed autorevole, di capovolgere il segno da negativo in positivo dell'opera stessa. Non saremo contrarî a considerare «Sly», che ha iersera felicemente debuttato quasi sconosciuto al Teatro dell'Opera di Roma, meglio come documento della cultura operistica del Belpaese che va da Puccini alla morte senza risurrezione del genere melodrammatico, piuttosto che un'opera d'arte tout-court.
Il teatro del veneziano Wolf Ferrari (1876-1947), di padre tedesco e madre italiana, non vanta urgenze poetiche ed è spoglio di vette. La sua musica è garbata ma acquosa, elegante ma vacua, d'una grazia superficiale. È un'arte costumata ma inespressiva. Priva d'originalità creatrice, questa musica guarda all'olimpicità di Mozart ed alla sintassi di Puccini, ma nell'un caso e nell'altro non avanza una «mimesi» opaca ed artificiale. I migliori esiti del Nostro sono da rintracciare nei cimenti che rivanno alle commedie goldoniane (metti «Le donne curiose», «I quattro rusteghi», «Il Campiello»).
Sulla pelle di «Sly» l'autore fa potenti iniezioni di «Falstaff» verdiano, di Tosca» e di «Turandot» pucciniane. Su libretto di Giovacchino Forzano, narra il plot secentesco delle disavventure di Slay, ubriacone, poeta da taverna, un po' maudit: dicasi un Febo country. Dolly, l'amante d'un conte aqquattrinato, si lagna d'una vita agiata ma orba di pathos, e quella sera vuol restarsi nella taverna: a far la bulla, a suggersi il miele del peccato. I due s'incontrano. Lei va a fagiuolo a lui di prim'acchito che, sborniato fracico, nel compiangere la propria miseranda condizione cade addormito. E il conte trastullone decide la beffa: Sly sarà condotto nella magione del conte e gli sarà fatto credere esser lui il padrone e Dolly la sua pregianda mogliera. Ma allorché le di lui moine ed avances nei confronti di lei s'inastano allupate, ecco la doccia fredda: gli vien svelato l'inguacchio e rinchiuso nella cantina, laddove al porello sarà conceduto d'abbottarsi d'uva a gogo. Stritolato dal fato, Sly si taglia le vene dei polsi coi coccî d'una bottiglia. Accorre Dolly ad invocare perdono per la fellonata e gli propone di squagliarsela ghiottonamente seco lei, ma lui muore dissanguato: sfigato.
Come teneramente il caprifoglio usa avvolgersi alla quercia, la Dolly abbraccia l'ormai suo perito: e: sipario. Morale verisimile della favola? Sly soccombe al conte perché sempre la poesia soccombe al potere, come l'imprevedibile libertà dello spirito soccombe alla necessaria e tetragona organizzazione della società. Soltanto un'epoca volle caldo connubio tra arte e politica, fra poesia e potere, e fu l'età piú alta e meravigliosa della civiltà occidentale: il Rinascimento italiano, per un venticinquennio circa mélange di sublimità e corruzione.
Dei tre atti lungo i quali si srotola il «dramma lirico», il migliore è senza dubbî il secondo: quello grottesco della burla, delle bajadere olezzanti e ballettonzolanti, delle bischerate e birbonate in cui affonda il protagonista. Accompagnato da una orchestrazione lieve o reboante, da un'allure musicale briosa o turgida e da una vocalità arguta oppure gridata. Il primo atto si segnala per il dinamismo corale; il terzo, negativamente, per un trabocco di marca veristica, quale accompagna la screanzata conclusione del suicidio.
Del resto, tali salti di stile che s'accavallano nell'opera non recano affatto giovamento alla medesima, propinàndocene un'imagine disomogenea, dirupata.

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