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Il carabiniere accusato

"Io, capitano Sivori, vi dico: Non ho ucciso, ma a sparare fu..."

Le rivelazioni dell'ufficiale poi scagionato per la morte di Recchioni

"Io, capitano Sivori, vi dico: Non ho ucciso, ma a sparare fu..."

Gentile direttore, quando l’ho sentita al telefono e ho discusso con lei su quel che successe 40 anni fa ad Acca Larenzia, sembrava di parlare di fatti di ieri. Quasi non ci credevo. Un direttore di giornale che voleva sapere da me, l’ancora noto capitano Sivori, cos’era successo per davvero. Da me che sono stato, nelle primissime ore, e poi ancora per anni, non da tutti ma da tanti, anche illustri giornalisti e fior di galantuomini travestiti, allora, da politici di rango, indicato come l’unico comodo colpevole, quasi quasi, di tutte le nefandezze di quel giorno. Rifiutandosi di alzare lo sguardo appena un po’ sopra le loro stesse scarpe.

Accetto la sfida direttore. Ci provo, almeno. Torniamo a respirare quell’aria intrisa dell’odore acre dei lacrimogeni e della paura di non sapere se si sarebbe fatto ritorno a casa, alla sera, grazie ai tanti terroristi liberi di ammazzare chiunque indossasse una divisa o facesse parte delle Istituzioni. (Alcuni di questi oggi si pavoneggiano nelle vesti di vecchi, benestanti intellettuali e mangiano il pane ed il ricco companatico proprio di quello Stato che avrebbero voluto distruggere).

Nel pomeriggio di quel giorno, presso la sezione del Msi di via Acca Larenzia, vennero uccisi, a sangue freddo, con tipica azione terroristica, due ragazzi: Franco Bigonzetti e Francesco Ciavatta. Ovviamente, direi doverosamente, tutti i ragazzi della sezione e poi gli altri, venuti da tutta Roma, erano ribollenti di rabbia e gli animi erano, ancor più ovviamente, esacerbati. Quindi è bastato poco meno di un gesto, un atteggiamento, a scatenare rissa, non so ancora quanto voluta o solo sfruttata, con due morti ancora caldi.

E quindi, appena arrivati i rinforzi al contingente del posto di carabinieri e polizia, come si diceva allora, qualcuno che forse non era troppo soddisfatto dei primi due omicidi, gettò benzina sul fuoco. Forse non sembrava vero poter spezzare quella presunta unione che legava le forze di Polizia alla politica che propugnava ordine e legalità, contraria alle violenze sindacal-marxiste. Dico presunta, per cognizione personale. Ho avuto l’onore di essere descritto sui social di allora, i muri delle strade di Roma, sia come "carabiniere SS", sia come "guardia rossa". E per chi ha fatto il mio mestiere, è la migliore consacrazione di imparzialità. Tornando a quella maledetta sera, nella confusione generale, qualcuno, presumibilmente dalle spalle dei ragazzi della destra, sparò contro i carabinieri. Alcune pallottole si conficcarono in due abitazioni, poche spanne sopra la testa di chi, me compreso, stava con le spalle a quel muro. Una di queste pallottole prese anche il povero Stefano Recchioni, che evidentemente si era forse girato perché aveva sentito proprio sparare alle sue spalle. E questo lo sentenzia, oltre ogni ragionevole dubbio, il giudice istruttore Guido Catenacci, il 21/02/1983, con sentenza di proscioglimento definitivo. Testuale: "...Ciò consente di escludere ogni possibile riferibilità, pure adombrata dai giornali, dell’azione al Capitano...È quindi verosimile, in relazione alla traiettoria seguita dai proiettili, che i colpi siano stati esplosi dalla opposta direzione, da persona purtroppo rimasta sconosciuta…".

Cosa succede, invece, anche a poche ore dai fatti, quando era ormai chiaro che niente avevano a che fare i Carabinieri in generale ed il Capitano Sivori in particolare, con quella orrenda mattanza su cui ancora nessuno ha voluto veramente fare luce? Che si tenta di dare la colpa ad un altro missino, tanto per gradire, poi anche questo prosciolto da ogni addebito. E siccome alcuni giornali stavano dicendo, già 48 ore dopo i fatti, che il carabiniere non c’entrava, allora qualche frangia più estrema o forse più manovrabile, ha tessuto, ed ancora oggi ci prova, la trama contro il carabiniere. Il quale, ormai da qualche anno, si è stancato di sopportare strumentali attacchi, volgari menzogne e, soprattutto, oltraggiosi silenzi da parte di chi, per ruolo e carica ricoperta, avrebbe ben potuto e dovuto, finalmente, pretendere almeno il rispetto della semplice verità dei fatti. Proprio per difendere un’Istituzione, l’Arma, e chi per essa ha rischiato la pelle. Ma non una parola, contrariamente ad altri casi.

Contro i mendaci fraudolenti e/o superficiali, ho intentato molte querele. Tutte risolte a mio favore. Contro gli ignavi, il nulla, "che mai non fur vivi!". Poi, caro direttore, mi rendo conto che a nessuno, allora, interessasse che un qualunque ufficiale dell’Arma, per giunta con un caratteraccio non facile da piegare, avesse avuta stravolta, senza nessuna altra colpa che fare il suo dovere, la vita familiare prima e professionale poi. Ho visto mia madre morire di crepacuore, pochi mesi dopo questi fatti, con una scorta sotto casa fatta solo per mettere a posto una pratica scomoda e seccante. Fino a dover chiedere io, ai miei superiori, di evitare quella inutile vetrina. Ed essere riuscito ad ottenerlo, solo perché non chiedevo più le ferie, dalla sede dove prestavo servizio, per Roma, ma per Orte. Ed alla domanda del mio comandante di Legione: ma che vai a fare ad Orte, se i tuoi stanno a Roma, io risposi che se gli avessi chiesto le ferie per Roma, avrebbe scritto e avrebbe rimesso in moto tutta la macchina delle scorte. Ed anche chi non sarebbe stato opportuno che lo sapesse, lo avrebbe invece saputo. E quel comandante (la minuscola è voluta) fece finta di non capire ed annuì; formalmente non avrebbe rischiato nulla. Hanno rischiato colleghi e superiori in grado che hanno voluto tenacemente cercare la verità, anche disturbando qualche pilatesca lavata di mani. Ha rischiato quell’amico che, sapendo che avevo consegnato le pistole al magistrato, mi venne a portare un altro supporto difensivo. Ed ancora gli sono grato, per il valore di quel gesto.

Ma, complessivamente, non mi voglio lamentare più di tanto. Mi dispiace, e, conoscendomi, sono convinto che mi crede, che quei tre giovani non abbiano avuto neanche un minimo di giustizia. Mi dispiace per i loro familiari. E per quanti apprezzavano il loro cercare una politica migliore, rischiando personalmente in quei tempi non facili per chi si dichiarava con orgoglio anticomunista.

Ecco quindi la mia proposta. Abbiamo visto intitolare giardini e strade a persone che non meritavano neppure di pulirli. Sono state dedicate lezioni di correttezza a chi ha fatto della molotov l’unico argomento di confronto. Sale di palazzi delle Istituzioni portano nomi di improbabili democratici. Perché non rendere giustizia, finalmente, con una Via Vittime del 7 Gennaio 1978? Un giardino, una piazza, anche piccola, ma significativa per uno Stato che abbia metabolizzato la vigliacca reazione a questi morti ammazzati e voglia riprendersi il suo ruolo. Uno Stato che voglia far almeno chiarezza, marcando la differenza tra terroristi, rossi o neri poco importa, e tre ragazzi, vittime innocenti di passione politica. Altrimenti resterà, per tutti i testimoni del tempo, invece che un valore di riferimento, soltanto un participio passato. Tutti e tre insieme, perché uccisi forse dalla stessa mano, comunque dalla stessa banda di assassini. I nostri lettori se li ricordano: i compagni che sbagliano…le "cosiddette" brigate rosse…ed ancora...partigiani, non terroristi!

Sembra ieri.

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