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Il borgo dei misteri: chi uccise il parroco?

Fu trovato dalla sua perpetua nella stanza da letto della canonica di Borgo Montello, Latina: incaprettato, un nastro adesivo intorno alle labbra, tumefazioni sul volto, il corpo esile come piegato in uno spasmo. L’autopsia sul cadavere di don Cesare Boschin, 81 anni, padre e padrone benevolo di un borgo lambìto dai vigneti, ingentilito da un castello e sfregiato da una discarica, rivelò che il sacerdote era morto asfissiato, dopo essere stato imbavagliato, per aver ingoiato la sua protesi dentale. Succedeva il ventinove marzo 1995. A venti anni da quella morte (per la quale sono già in programmazione manifestazioni ed una celebrazione ufficiale), in un periodo lungo di sussurri più che di grida, dopo una indagine conclusasi con una ipotesi investigativa più che con le manette, l’otto marzo 2012 l’allora Ministro degli Interni Anna Maria Cancellieri, in risposta ad una interrogazione parlamentare, chiese la riapertura delle indagini. Il perché è presto spiegato. Un attivissimo comitato spontaneo sorto a borgo Montello e poi lìassociazione «Libera» e ancora personaggi come Don Ciotti e Roberto Saviano hanno palesato i propri dubbi su quell’omicidio. È stata ipotizzata una esecuzione camorristica del sacerdote che a borgo Montello voleva che le cose andassero come diceva lui e non accettava intromissioni (di qualsiasi genere fossero) e neanche quelle del potente clan dei Casalesi che in quella ragnatela verde di tremilacinquecento anime aveva investito soldi in terreni coltivati da tale Michele Coppola, cognato di Walter, fratello di Francesco «Sandokan» Schiavone e che mostrava appetito (saziato abbondantemente, secondo il pentito Carmine Schiavone) nei confronti del business dello smaltimento dei rifiuti. Va detto che secondo gli investigatori, questa ipotesi fu considerata marginale fin dall’inizio: i carabinieri hanno attribuito l’omicidio di don Boschin all’opera di tre balordi polacchi che forse avevano a che fare con il parroco per motivi di soldi. I tre polacchi, poco dopo il delitto, tornarono in patria e per le forze dell’ordine quella fu la prova che completava il mosaico degli indizi in loro possesso. Ma cosa successe la sera del 29 marzo 1995, una sera che tutti ricordano come gelida? LACRIME NELLA CANONICA Venti anni dopo il borgo si presenta rigoglioso nei suoi campi ondulati ed evanescente nei commenti dei borghigiani. Neanche adesso la gente vuol parlare di lui. D’altronde il parroco aveva amici, (tanti) nemici e non solo: gestiva un potere solido, come unico punto di riferimento religioso del luogo. Arrivato dal Veneto, da 45 anni era parroco della chiesa della Santissima Annunziata, con piglio autoritario. Aveva amicizie influenti nel mondo politico romano, «quando telefonava ai potenti non faceva mai trafile» dicono a tanti anni dalla sua morte, oggi, le persone che vivono al borgo. Propositivo, fondò l’Azione cattolica nel borgo. Nel 1995 era malandato, ormai filiforme, viveva nella canonica, proprio dietro la chiesa, non esercitava quasi più. Tuttavia era vigilissimo, la mente lucida, le sue asperità caratteriali erano le stesse di quando era giovane. RIFIUTI E CAMORRA Quella sera, la sera dell’omicidio, si disse che aspettava degli amici, forse davvero stranieri. Dopo venti anni l'ipotesi va in frantumi perché proprio qui al borgo finalmente qualcuno racconta un dettaglio sconosciuto: «Non aspettava nessun amico, come avrebbe potuto rischiare se nel salone sottostante c’era un incontro dell’Azione Cattolica?». E svela un retroscena: «Subito dopo la riunione, un anziano sacerdote suo amico salì a dargli un saluto, due minuti solo, tanto don Cesare non dormiva mai. Lui era a letto, guardava programmi di sport, come sempre. Si mise a piangere, era terrorizzato, chiese al sacerdote di restare a dormire nella canonica. La mattina seguente alle sette in punto la perpetua, tale Franca Rosato, salì in canonica per riassettare la casa. Non notò niente di strano. La porta di casa era chiusa, in cucina c’era un pentolino che aveva custodito la cena del parroco, un piatto di minestrina. Si diresse, attraverso un corridoio spartano, verso la sua camera da letto. E lì trovò il cadavere. Un disordine superficiale lasciava intuire un tentativo di rapina. Tempo due ore e la piazzola davanti alla canonica s’era riempita di borghigiani, sacerdoti, arrivò l’allora vescovo monsignor Pecile. E i carabinieri. S’indagò sulle possibilità economiche del parroco, che erano notevoli e dei piccoli prestiti che concedeva. La conclusione a cui arrivarono gli inquirenti, fu quella di un’uccisione per motivi di soldi. Individuati anche i presunti autori, tutti partiti per i rispettivi Paesi e dunque irrintracciabili. Ma davvero erano irrintracciabili? L’ipotesi investigativa non ha charito i molti misteri che permeano questa brutta storia. Perché, la sera del delitto, don Cesare Boschin arrivò a piangere e a chiedere aiuto? Erano legati alla sua vita privata, quella solo intuita dai suoi parrocchiani, o dall’aver