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L’agente-eroe della Diaz accoltellato e poi condannato

La storia di Massimo Nucera, ex poliziotto finito ai domiciliari per scontare i cinque mesi che restano della condanna definitiva per falso e calunnia

La storia è dei generali, ma anche dei soldati. Soprattutto se si ritrovano assieme nella polvere nel processo che ha polverizzato i vertici della polizia di Stato e degli apparati investigativi in prima linea nella lotta a terrorismo e mafie. Trattasi del processo sui falsi verbali nella scuola Diaz di Genova nel quale sono rimasti intrappolati i grandi capi e gli ultimi, quelli che forse non avrebbero mai fatto carriera. Gente come il carneade Massimo Nucera, l’ex poliziotto da qualche giorno finito ai domiciliari insieme a questori e dirigenti più noti di lui, per scontare i cinque mesi che restano della condanna definitiva per falso e calunnia (l’indulto ha cancellato gli altri tre anni).

Questo Nucera è uno di quei poliziotti che abituati a fare il lavoro sporco, a prendere sassi e sputi ogni domenica allo stadio, ad ogni manifestazione di no global e sinistri figli di papà. È finito sott’inchiesta, trascinato a giudizio e condannato (dopo una prima assoluzione) perché per i pubblici ministeri di Genova, titolari del fascicolo sulla «macelleria messicana», si sarebbe inventato di essere stato accoltellato da un black bloc. Aggressione testimoniata da uno squarcio nella divisa e nel corpetto di protezione che, quella sera, gli salvò la vita ma non la credibilità.

La sua vicenda giudiziaria è allucinante. Per il perito del gip, chiamato ad analizzare gli indumenti srequestrati dalla magistratura, la posizione della lesione nei tessuti era certamente compatibile con il suo racconto, dunque con la coltellata presa. Non poteva esserseli fatti lui, quei tagli. E chissà poi perché avrebbe dovuto mettere in piedi questa messinscena, come spiegò in aula il suo avvocato Silvio Romanelli, ingaggiando una furibonda battaglia con gli investigatori durante la primissima fase dell’inchiesta. Nucera, detto «Flanella» dai colleghi, non ha ricevuto avanzamenti di carriera per quella ferita in servizio. Non ha ottenuto medaglie o aumenti in busta paga. Si è ritrovato la morte davanti agli occhi all’interno della scuola Diaz, aprendo una porta l’ha evitata per miracolo, mentre tutt’attorno, nelle aule e per le scale, si scatenava l’inferno. Ha rischiato di morire, ha perso il lavoro e il sonno per dieci anni.

«Hanno preso la mia vita e l’hanno gettata nel secchio», disse al momento dell’incredibile condanna d’appello a tre anni e otto mesi, il ragazzo fra i più preparati del famoso Settimo Nucleo ideato per fronteggiare le situazioni più pericolose al G8 di Genova. Una condanna folle che capovolse il verdetto di primo grado che l’aveva mandato assolto «perché il fatto non sussiste». E pensare che, quell’irruzione, nella scuola Diaz, il Flanella avrebbe potuto evitarsela se solo avesse chiesto l’esonero per il ferimento di appena ventiquattr’ore prima, nel corso di uno scontro di piazza contro gli antagonisti di nero vestiti. Un sasso, un sanpietrino probabilmente, gli aveva quasi fracassato il ginocchio. Ma lui, nonostante il dolore, aveva voluto esserci. C’erano tutti i colleghi, tutti quelli del nucleo comandato da Vincenzo Canterini e dal suo vice, Michelangelo Fournier. C’erano loro e soprattutto ce n’erano altri mai identificati che hanno giocato, loro sì, a fare i mazzieri con studenti, avvocati, giornalisti e semplici cittadini accampati nella scuola.

Nel 2008, Nucera venne assolto. Ma la Procura fece appello sostenendo che l’accoltellamento era «indiscutibilmente un falso». La prova? Non s’erano trovati testimoni che confermassero la versione del Flanella. E poco importava, evidentemente, che una consulenza scientifica ordinata dal gip avesse fatto finalmente chiarezza sulla corrispondenza tra posizione e intensità del taglio e racconto della vittima. Ma a una prova tecnica, scientifica è stato preferito un ragionamento indiziario. D’altronde, la polizia aveva già giocato sporco con la storia delle finte molotov trovate nella Diaz. E il povero Nucera s’è ritrovato colpevole perché, in quell’uragano di manganellate, urla, pianti, minacce, scarponi che tambureggiavano nessuno s’era accorto che, nell’oscurità, una mano assassina aveva provato a sgozzarlo per fuggire pochi secondi dopo. In tanti, però, lo videro bianco come un cadavere, uscire barcollante dalla scuola, col corpetto squarciato dal fendente. Epperò, anche quella sarebbe stata una finzione, per i giudici. Una messinscena che non è risultata ancorata ad alcun valido motivo, ad alcuna causale: perché Nucera avrebbe dovuto mentire? Non certo per difendere i suoi superiori perché, le indagini, sarebbero partite molti mesi dopo. E poi un solo atto ostile (l’accoltellamento di Nucera) mai avrebbe potuto compensare l’efferatezza dei pestaggi e delle violenze commesse nella scuola Diaz dalla polizia. Dunque, perché?

Nei successivi quattro anni, sono arrivati la conferma della condanna in Cassazione, con uno sconto di pena di tre mesi rispetto alla pena d’appello, e il calvario dell’esecuzione davanti al Tribunale di sorveglianza di Genova. Nucera aveva chiesto, come tutti gli altri, di andare ai servizi sociali. La Procura generale si era però opposta, esprimendo il proprio dissenso anche per gli arresti domiciliari. Lo voleva in galera, evidentemente. La detenzione casalinga gliel’hanno poi concessa, ma solo perché è intervenuta una parola chiara, della Suprema Corte, sull’applicabilità non discrezionale della legge «svuota-carceri».

Poco prima che conoscesse il suo destino giudiziario, Nucera aveva confidato ad alcuni amici di avere già la valigia pronta per la cella. Temeva di finire in carcere. «Aspetto da un momento all’altro la citofonata dei carabinieri», aveva detto. «Sono cinque mesi, passeranno prima o poi». Un ragazzo per bene, una sentenza folle. Una carriera e una vita distrutta.

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