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Bleach e la rivoluzione grunge, perché l'alba dei Nirvana costò 600 dollari

Carlo Antini
Carlo Antini

Testo e musica le coordinate. Nato in Puglia vivo a Roma dalla scuola materna. La laurea in Scienze della Comunicazione a «La Sapienza» e la passione per il giornalismo mi hanno portato a «Il Tempo»

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Il momento più eccitante di una band è appena prima di essere famosi. Così rivelava Kurt Cobain a chi lo intervistò solo un anno prima di suicidarsi con un colpo di fucile a pompa sparato alla testa. «Bleach» fotografa proprio il momento esatto che precede il salto dei Nirvana sull’olimpo del rock. È un’istantanea fedele della band un attimo prima di spiccare il volo. Anche se per Cobain quel volo sarebbe stato senza ritorno.

L’album venne registrato tra dicembre 1988 e gennaio 1989 ma pubblicato solo il 15 giugno. Oltre a Cobain e Novoselic, a quel tempo alla batteria c’era Chad Channing che registrò quasi tutto il materiale. Solo alcune tracce furono riciclate da vecchie registrazioni remixate che risalivano al periodo in cui al drumming c’era Dale Crover. Manco a dirlo, a fine ’88 il trio era povero in canna e i 600 dollari per le spese di registrazione arrivarono da Jason Everman, un chitarrista rimasto colpito dal primo demo della band registrato con Crover. Per un po’ Everman si unì come secondo chitarrista e comparì addirittura nei crediti di copertina. In realtà non partecipò alle registrazioni e Novoselic spiegò che «volevano solo farlo sentire a casa nel gruppo». Perfino la copertina testimonia il lavoro «casalingo». La fotografia fu scattata da Tracy Marander, l’allora fidanzata di Cobain, durante un concerto tenuto al Reko Muse Art Gallery di Olympia.

Il produttore Jack Endino aveva programmato complessivamente 30 ore di registrazione e le sessioni andarono in scena anche nelle giornate del 24 e 31 dicembre. In origine l’album avrebbe dovuto intitolarsi «Too Many Humans» ma alla fine prevalse «Bleach». Un giorno a San Francisco, Cobain notò un manifesto per la prevenzione dell’Aids che invitava i tossicodipendenti a passare candeggina sugli aghi delle siringhe. Lo slogan recitava testualmente «Bleach your works».

«Bleach» è ruvido e grezzo ma pose le basi per quello che sarebbe passato alla storia del rock come grunge o suono di Seattle. Chitarre distorte, sezione ritmica potente e cantato graffiante e spesso urlato. Ma i Nirvana non si limitarono a fissare le regole del grunge. Riuscirono a portarlo già a perfezione e perfino a superarlo. Cobain riusciva a trasferire nei testi il suo dolore straziante e la sua estrema sensibilità. Figlio di genitori divorziati, sua madre era poco più che una sballata. Fin da bambino aveva mostrato grande predisposizione verso l’arte (anche figurativa) ma l’esuberanza e l’iperattività vennero tarpate e messe a tacere attraverso il massiccio uso di psicofarmaci. Ribelle e anticonformista, Cobain aveva trovato nella musica uno strumento per elaborare ed esprimere i suoi conflitti. Ma i fantasmi e le droghe continuarono a tenerlo imprigionato senza dargli tregua. Fino alla fine.

L’uscita di «Bleach» nei negozi coincise col lancio dell’abbigliamento grunge caratterizzato da camicie di flanella da boscaiolo e jersey a fantasia geometrica stile anni ’50. I discount Kmart misero in commercio una linea d’abbigliamento per promuovere i Nirvana ma Cobain disse sempre che non aveva mai avuto intenzione di dare il via a una moda, tantomeno di essere considerato un modello per nessuno. Intanto «Bleach» cominciava a farsi largo tra addetti ai lavori e negozi e oggi ha quasi raggiunto i 2 milioni di copie vendute. Ma sarà solo col successivo «Nevermind» e con l’ingresso alla batteria di Dave Grohl che la band fece il definitivo salto di qualità, diventando punto di riferimento incontrastato per il rock degli anni ’90. E nulla fu più come prima.
 

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