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Da ragazza del Piper a star. Patty Pravo, 50 anni fa l'album della svolta

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Carlo Antini
Carlo Antini

Testo e musica come ascisse e ordinate

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Non solo beat. A 73 anni appena compiuti, Patty Pravo incarna tuttora il fascino misterioso e seducente delle dive d’altri tempi. Ma il suo compleanno più importante è forse un altro. Esattamente 50 anni fa veniva pubblicato l’album della svolta, quello che sancì la metamorfosi della ragazza del Piper nella star sofisticata che avremmo conosciuto dagli anni ’70.

Nei primi mesi del 1971 veniva pubblicato «Bravo Pravo», ultimo album inciso con la Rca e che precede la cosiddetta trilogia Philips. «Bravo Pravo» contiene buona parte del materiale registrato durante lo special tv andato in onda in Francia la notte del 31 dicembre 1970. Per la prima volta lo show di Capodanno veniva dedicato a un’artista straniera, all’«Edith Piaf italiana». Patty Pravo ne era consapevole e quello show si trasformò nella sua vera consacrazione. «Sono la sola cantante italiana ad aver ricevuto fiori da Jacques Brel - racconta - Mi sentì cantare “Ne me quitte pas” e commentò estasiato: "Questa interprete ha una voce che viene dalla luna". Mi fece adornare l'intera camera d'albergo con rose rosse. È il ricordo di cui vado più fiera».

Dalla tv al vinile il passo è breve. La Rca sfruttò l’onda lunga del successo dei due singoli «Tutt’al più» e «Non andare via» che aprono le facciate dell’album. Già dalla scaletta, «Bravo Pravo» crea una cesura netta col passato. Non più o non solo l’onda lunga del beat ma il tentativo di emanciparsi dalle mode degli anni Sessanta attraverso un nuovo look e un nuovo repertorio. Le cover «Parlez-moi», dall’omonimo pezzo di Robert Charlebois, «Chi ti darà», rivisitazione di «I’m gonna cry till my tears run dry» di Irma Thompson e «Torna insieme a lei», rilettura di «Once there was love» di José Feliciano non facevano parte dello special di Capodanno ma erano incisioni del 1970 appositamente recuperate per il disco. Nel vinile sono incluse anche «Le poete» di Bruno Lauzi e naturalmente «Non andare via», adattamento firmato Gino Paoli della celebre «Ne me quitte pas». Interpretazione commovente anche sul palco.

La radicale metamorfosi di quegli anni ha dato adito a dubbi e illazioni persino sulle possibili influenze esterne subìte dalla cantante veneziana. Il nuovo repertorio e il cambio di look coincisero con la rottura del rapporto con lo storico manager Alberigo Crocetta conosciuto proprio nelle notti brave del Piper. In quello stesso periodo la Pravo strinse amicizia con l’astrologa Linda Wolf e molti insinuarono che fosse stata addirittura plagiata dalla sua nuova guida spirituale. «In quei giorni i giornali scrissero di tutto - racconta Patty Pravo con malcelato fastidio - Scrissero che Linda Wolf mi aveva plagiata, che quando ero con lei sembravo una persona differente e che ne ero succube. Come se fosse la mia maga personale. La mia Rasputin». Ma ormai il dado è tratto. E non si torna indietro.

Probabilmente non era facile metabolizzare il cambiamento. Soprattutto ripensando agli esordi così indissolubilmente legati al tempio italiano del beat. A quel Piper di via Tagliamento che, per più di vent’anni, è stato culla e laboratorio artistico per decine di artisti provenienti da ogni parte del mondo. Ed è proprio da lì che Patty prese le mosse negli anni Sessanta. Lì cominciò a raccogliere i frutti del successo e costruì il suo personaggio ribelle e anticonformista. Così Renato Zero la ricorda in quegli anni ruggenti: «Patty Pravo una sera arrivò al Piper su una Rolls Royce bianca guidata da un nero, con due levrieri al guinzaglio. Salì sul palco e cominciò a cantare “Ragazzo triste”. Nessuno di noi l’aveva ancora riconosciuta. Ce ne accorgemmo solo dopo un quarto d’ora: "A Nicolè ma che ffai? Scenni ggiù…”». Ma Patty abbandonò quel palco solo quando lo decise lei. Quando sentì che era arrivato il momento giusto per togliersi i vestiti da ragazza del Piper e diventare per sempre una diva.
 

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