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«Volevo abbandonare la musica». La verità di Ligabue

Carlo Antini
Carlo Antini

Testo e musica le mie coordinate. Nato in Puglia, vivo a Roma dalla scuola materna. La laurea in Scienze della Comunicazione e la passione per il giornalismo mi hanno portato a "Il Tempo" dove sono nella redazione web

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Settantasette singoli e sette brani inediti. Ligabue festeggia 30 anni di musica con una doppia uscita discografica prevista il 4 dicembre. Il nuovo album si intitola «7» e contiene altrettanti brani inediti ritrovati nell’archivio storico del rocker e che sono stati riscritti e prodotti per l’occasione. Nella raccolta «77+7» ci sono, invece, anche i 77 singoli che hanno fatto la fortuna di Ligabue: come dire una hit ogni cinque mesi. 
Ligabue, come sta vivendo il lungo periodo di lockdown?
«Con frustrazione, incazzatura e rabbia. Attorno a noi c’è una guerra. Il Covid ci ha costretti a fermarci e ci offre l’occasione per guardarci dentro. Da tutta questa sfiga dovremmo trarre qualcosa di positivo ma bisogna essere ottimisti per credere a un nuovo Umanesimo. Stiamo pagando uno scotto psicologico la cui portata reale capiremo solo quando ne saremo fuori. Dobbiamo incrociare le dita e pensare positivo. Come nel dopoguerra, sono sicuro che un giorno arriverà la ricostruzione. Credo che le canzoni possano tenere compagnia, mettere una mano sulla spalla e portare un po’ di calore».
Raccolta di singoli e brani inediti escono sotto il segno del 7. Da dove viene questa passione per la numerologia? 
«Il 7 è sempre stato il mio numero preferito. Ma c’è di più: due anni dopo “Buon compleanno Elvis” mi arrivarono le lettere di due numerologhe che mi dicevano che io sono “un 7 che cammina”. Il mio nome e il mio cognome si compongono di 7 lettere, le mie iniziali rovesciate sono due 7, il primo concerto lo feci nel 1987, il primo stadio nel 1997 e tante altre coincidenze di questo tipo. Così da allora, anche un po’ per gioco, lo abbiamo usato spesso come pretesto, come con le 7 notti in Arena».
Tra gli inediti c’è anche «Volente o nolente», primo vero duetto con Elisa. Perché ha pensato di nuovo a lei? 
«Quindici anni fa scrissi “Gli ostacoli del cuore”. Per la prima volta mi venne l’idea di non interpretare una mia canzone ma di farla cantare ad altri. Chiamai Elisa e le dissi: sai che sono permaloso ma non tanto da non capire le ragioni degli altri. Quindi non ti preoccupare, dimmi la verità. Come paracadute preparai anche “Volente o nolente”. In un pomeriggio speciale le abbiamo registrate entrambe. Riascoltando il brano oggi mi sono reso conto che il testo parla di due persone costrette a stare lontane e mi è sembrato molto attuale. Ho ripreso in mano la vecchia canzone e l’ho ricostruita attorno alla voce originale di Elisa».
È appena uscita anche la sua autobiografia «E’ andata così. Trent’anni come si deve». Perché ha voluto raccontarsi in prima persona?
«Per trent’anni sono andato avanti a testa bassa come un ariete. Durante il primo lockdown, invece, ho sentito la necessità di fare i conti col passato anche per fare alcune precisazioni. È una sorta di salvagente emotivo che mi ha permesso di riprovare le emozioni vissute in questi anni con tenerezza e soddisfazione».
Facendo un bilancio quali sono stati i momenti più belli e i più difficili?
«Quelli belli sono stati tantissimi. Tra quelli brutti l’uscita del mio terzo album. Andò così male che pensavo di aver già chiuso la mia carriera. Poi la morte di mio padre avvenuta mentre stavo curando la post produzione di “Da zero a dieci”. Per anni non sono riuscito a rivedere il film e l’ho fatto solo a Cannes. Ma il momento più difficile è stato quando ho pensato di mollare tutto».
Ha pensato di abbandonare la musica?
«Questo è un mestiere meraviglioso ma sono stati anni talmente intensi che, a un certo punto, mi sono perso anch’io. Mi è successo nel 1999 quando, dopo il successo di “Buon compleanno Elvis” e “Radiofreccia”, meditai seriamente di smettere e lasciar perdere tutto. Poi una vocina dentro mi fece riflettere sul fatto che senza concerti non ci so stare. Allora ho cambiato idea e, dopo vent’anni da quel momento critico, sono ancora qua».
Cosa le fece desiderare di cambiare vita?
«Non ero preparato a quel tipo di successo. La grande visibilità ti espone a tutte le correnti e non ero pronto a essere raccontato per quello che non sono. A un certo punto mi sono chiesto se ne valesse la pena. Ero entrato in una crisi profonda. Dopo il successo andavo ogni giorno dal mio edicolante di fiducia: volevo essere sicuro di non essere diventato troppo stronzo. Anche chi mi conosceva bene cominciava a parlare non con me ma con la sua idea di me. Tutto questo mi faceva sentire solo».
Cosa avrebbe fatto se davvero si fosse ritirato dalle scene?
«Per qualche anno avrei vissuto di rendita. Poi ci avrei pensato. Di certo non sarei tornato a fare il metalmeccanico perché è stata l’esperienza più tosta della mia vita. Ho lavorato in una catena di montaggio dove facevo un movimento ogni 22 secondi. Per me è stata una vera tortura. Mi sentivo come Charlie Chaplin in “Tempi Moderni”. Davanti a me, invece, c’era un collega che faceva quello stesso lavoro da 25 anni e fischiettava sempre. In quel momento ho capito quanto gli uomini siano diversi uno dall’altro e che avrei fatto di tutto per trovare un lavoro che mi permettesse di utilizzare la creatività». 
Il 19 giugno la RCF Arena di Campovolo ospiterà «30 anni in un (nuovo) giorno», l’evento che recupererà il concerto annullato a settembre per il Covid. Sono stati già venduti i 100mila biglietti a disposizione. Come si sta preparando al suo ritorno dal vivo? 
«Non mi sto preparando. Mi sento in una pentola a pressione. Quella di settembre doveva essere una festa meritata. La meritavo io e chiunque aveva comprato il biglietto. Quando finalmente saliremo sul palco, fra voglia di sfogarsi e gioia, sarà una liberazione da un’oppressione e sarà qualcosa che andrà oltre il semplice concerto. Vivremo emozioni tali che saranno quasi insostenibili per me».
In molti stanno provando la strada dei concerti in streaming. Lei cosa ne pensa?
«Ho cominciato questo mestiere perché a 27 anni ho vissuto il mio primo concerto dal vivo. Era una domenica pomeriggio, c’erano un centinaio di spettatori, tutti amici miei o delle persone con cui suonavo, gli Orazero. Ma quello che ho provato quella prima volta ha fatto sì che cercassi di fare tutto il possibile per replicarlo. Per me fare concerti vuol dire avere davanti qualcuno che rimbalza le emozioni che sto provando con il corpo, la danza e il suo stare a tempo. L’elemento umano è decisivo. Non riesco a pensare che il concerto si possa ridurre a gente che mi sta guardando in streaming attraverso un monitor».
Nemmeno se questo può aiutare chi in questo momento non può lavorare?
«So che c’è tanta gente che adesso è ferma. Non sappiamo niente del futuro e magari quello è l’unico modo per farli lavorare ma io spero per il bene della musica che il futuro non siano i concerti in streaming. Verrebbe meno l’elemento fondamentale della presenza umana. Ed è un’esperienza che non è paragonabile a nessun’altra, quella in cui ci si può lasciare andare davvero».
 

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