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«Ho parlato con la Raggi, Fonopoli si farà». Renato Zero si sfoga così

Carlo Antini
Carlo Antini

Testo e musica le mie coordinate. Nato in Puglia vivo a Roma dalla scuola materna. La laurea in Scienze della Comunicazione a «La Sapienza» e la passione per il giornalismo mi hanno portato a «Il Tempo»

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Si chiude il cerchio. Renato Zero pubblica il Volume Uno della sua trilogia «Zerosettanta». E arrivano altre tredici canzoni inedite che completano i festeggiamenti per i suoi 70 anni. Ma Renato ha ancora un chiodo fisso chiamato Fonopoli. Dopo tanti anni di attesa e lotte, è pronto a mettere mano al portafogli per realizzare il progetto di una vita. Magari in una caserma abbandonata. 
Renato Zero, cosa dobbiamo aspettarci dal Volume Uno? 
«È il capitolo finale ma è anche l’inizio della trilogia. Una sorta di carta d’identità, una vendemmia di quello che ho seminato finora. C’è Renato a 360 gradi: ballate, ironia e canzoni di protesta. Un quadro non nuovo ma molto preciso di quello che sono».
Nel Volume Uno c’è un brano intitolato «L’Italia si desta?» in cui lei fa una riflessione amara sul nostro Paese. Non ha più fiducia nella nostra democrazia?
«La democrazia non è in discussione ma mi chiedo se sia effettivamente applicata o applicabile. La democrazia dev’essere tutelata. Ci vuole un grido della giungla, un cambiamento individuale prima che sociale. Il Covid ci ha tolto la libertà. Tra un po’ ci diranno anche come lavarci i denti e quale musica ascoltare».
In un Paese così cambiato c'è ancora spazio per Fonopoli?
«Altro che. Vorrei chiudere la bocca ai politici e farlo anche a mie spese se guadagnerò abbastanza. Ma non voglio barattare la mia dignità. Ho chiesto aiuto a tanti e sono passato attraverso vari sindaci. La politica, però, non si occupa più delle vere esigenze. Pensare che Fonopoli avrebbe avuto a disposizione personaggi come Gigi Proietti e Carla Fracci pronti a diventare direttori artistici».
Ha provato a coinvolgere anche la sindaca Raggi?
«Mi ha telefonato una settimana fa e, parlando di Fonopoli, ha manifestato la volontà di aiutarmi. Non ci sono molte risorse da spendere ma si potrebbe utilizzare una caserma in disarmo a Roma o fuori città. Un luogo in disuso sul quale avere una concessione rinnovabile».
E se la Raggi non fosse rieletta?
«Andremmo avanti lo stesso. Abbiamo venduto le nostre ricchezze a giapponesi e americani. Adesso dobbiamo insegnare al mondo che gli italiani riemergono sempre».
Quali sono stati i problemi che hanno bloccato Fonopoli?
«Ho sempre voluto evitare i compromessi. Le forze politiche del Comune di Roma ci hanno proposto imprenditori che volevano costruire 5 mila metri cubi per Fonopoli e 27 mila metri cubi da destinare a spazi commerciali. Così il gioco non vale la candela e Fonopoli sarebbe stata una cattedrale nel deserto. Alitalia ci concesse perfino l’area della Magliana al prezzo d’esproprio. C’è stato un momento in cui Fonopoli veniva menzionata in tutte le riunioni ma a noi non spettava mai nulla».
A Fonopoli accetterebbe anche Nuela, il giovane di «Carote»? 
«C’è posto per tutti ma vorrei che sul carro portante ci fossero melodia e armonia. Sono convinto che se un rapper venisse a contatto con altri stimoli avrebbe un ventaglio di opzioni molto più ricco. La colpa è della discografia che non è più italiana. Vorrei vedere uno di questi rapper in classifica negli Usa o in Inghilterra. Quando la discografia parlava italiano eravamo più protetti. Altro che musica leggera, non diciamo scemenze. Le nostre canzoni tanto bistrattate hanno fatto la guerra e sono diventate classici».
In «Amara melodia» c’è la constatazione di un gusto musicale che si sta perdendo in favore dei plug in. E’ una frecciatina ai colleghi più giovani?
«I giovani musicisti sono come gladiatori nell’arena. Oggi nelle case discografiche mancano i direttori musicali che erano come allenatori. Ai giovani manca il rapporto speciale con la famiglia della musica. Lavorare soltanto con Pro Tools è una forma di distacco».
E Bruxelles? Ha valutato la possibilità di utilizzare fondi europei per Fonopoli?
«Per risolvere i nostri problemi non possiamo aspettare Bruxelles. Anche perché, dopo Raffaello e Michelangelo, noi italiani abbiamo perso credito all’estero. In questi anni ho conosciuto un’Italia sonnolenta, bigotta e inciuciatrice che mi ha deluso. Ci sono ombre e anime dannate che inseguono solo il profitto. Se avessi dato retta a questi imprenditori, Fonopoli si sarebbe realizzata. Ma la mia faccia su una cosa così non l’avrei messa mai».

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