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Jimi Hendrix, un mistero lungo cinquant'anni

Carlo Antini
Carlo Antini

Testo e musica le mie coordinate. Sono nato in Puglia ma vivo a Roma dalla scuola materna. La laurea in Scienze della Comunicazione e la passione per il giornalismo mi hanno portato nella redazione de "Il Tempo"

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A cinquant’anni dalla morte le ultime ore di Jimi Hendrix sono ancora avvolte nel mistero. L’unica cosa certa è che quando Monika Dannemann se ne accorse, lui era già in fin di vita. Sdraiato privo di coscienza in un lago di vomito provocato dall’ennesima notte passata tra droga, alcol e sonniferi. La fidanzata tedesca chiamò i soccorsi ma l’arrivo dell’ambulanza al Samarkand Hotel di Londra non servì a nulla. All’arrivo dei sanitari Hendrix era già morto? Oppure c’è dell’altro? C’è perfino chi getta un’ombra sulla buona fede dei paramedici di fronte a quell’uomo sbandato e di colore. Intanto Jimi aveva fatto in tempo a entrare nella leggenda. Dopo Brian Jones e prima di Janis Joplin e Jim Morrison, anche lui morì a soli 27 anni entrando così nel lugubre Club 27.
La mattina del 18 settembre 1970 il chitarrista di Seattle si trovava in Europa per una tournée che lo aveva portato al Festival di Fehmarn in Germania, il suo ultimo concerto. Fino alla fine Hendrix è stato un fiume in piena. Stava raccogliendo soldi per rientrare dalle spese per la costruzione dei suoi nuovi studi di registrazione a New York, gli Electric Lady Studios. Inaugurati il 26 agosto, Hendrix già li utilizzava a pieno ritmo per i brani del nuovo album “First Rays of New Rising Sun, tra cui “Belly Button Window” che divenne il suo testamento. Dopo la morte, l’album venne pubblicato postumo col titolo di “Cry of love”, come la tournée che stava portando in giro per il mondo.
Nella sua breve ma folgorante carriera, Hendrix aveva pubblicato solo tre album in studio: “Are you experienced”, “Axis: Bold as Love” e “Electric Ladyland”. Così, tra il ’67 e il ’68, aveva rivoluzionato le coordinate della chitarra elettrica. Tutti avrebbero dovuto fare i conti con le sue sperimentazioni, con il talento, la visionarietà e il virtuosismo. La sua formazione preferita era il “power trio”. Prima con la Jimi Hendrix Experienced, poi con la Band of Gypsys. Noel Redding, Mitch Mitchell, Billy Cox e Buddy Miles furono i compagni di viaggio. Spalle pazienti di un vero genio e sregolatezza. Supportare e sopportare una personalità come la sua non era facile. Inevitabile entrare in conflitto. Come capitava al bassista Noel Redding che spesso abbandonava le sessioni di registrazione dopo le frequenti sfuriate. Hendrix pretendeva di avere il controllo totale e Noel sentiva frustrata la sua anima da chitarrista. Ma abbandonare gli studi non portava a nulla di buono visto che al ritorno trovava la linea di basso registrata direttamente da Hendrix. Ed è in questo clima di tensione e perfezionismo che nacquero alcune tra le perle: “Hey Joe”, “Foxy Lady”, Purple Haze”, “The Wind cries Mary”, “Little Wing” e “Voodoo Child”. Ed è proprio con la Jimi Hendrix Experienced che il chitarrista si esibì al Festival di Monterey. Era il giugno del 1967, in piena “Summer of Love” californiana e Monterey era il centro del mondo. L’esibizione di Hendrix passò alla storia. Dopo un’infiammata esecuzione di “Hey Joe”, il chitarrista tirò fuori dal suo strumento tutte le combinazioni possibili. Aveva suonato con la chitarra dietro la testa, aiutandosi con l’asta del microfono, pizzicando le corde coi denti e perfino mimando rapporti sessuali. Ma non era soddisfatto. Hendrix mise in scena un vero e proprio rito catartico. Cosparse la Fender Stratocaster di liquido infiammabile e con un fiammifero le diede fuoco. Inedite distorsioni e feedback prendevano forma davanti agli occhi e alle orecchie di un pubblico incredulo e spiazzato. Prima che la chitarra venisse sbattuta contro gli amplificatori e distrutta completamente.
O come quando salì sul palco di Woodstock all’alba del 18 agosto 1969. L’esibizione era prevista la sera precedente ma i ritardi accumulati e l’improvviso acquazzone della seconda giornata avevano fatto slittare la scaletta. Hendrix si esibì per ultimo davanti a un pubblico stordito che venne risvegliato da una futuristica “Star Spangled Banner”. L’inno americano venne letteralmente trasfigurato in una successione di suoni e distorsioni che riproducevano lamenti, elicotteri in volo e i bombardamenti della guerra in Vietnam. Il più alto e definitivo atto di protesta di un’intera generazione si condensava tra le mani di un genio. I suoi stravizi, però, furono più forti di lui. Lo consumarono da dentro. Giorno dopo giorno. Inesorabilmente. Fino a farlo cadere senza lasciargli scampo. In quella maledetta notte di settembre.
 

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