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L'ultima di Lavitola: chiede i domiciliari in Basilicata e scarica su Gomes

Valerio Castro 
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Nuova mossa di Valter Lavitola nel caso della bomba "amica" a Sigfrido Ranucci. Nella richiesta di 72 pagine con cui i legali, Arturo e Sergio Cola, hanno chiesto la scarcerazione del loro assistito e, in subordine, la concessione degli arresti domiciliari, rimarcando come "la custodia in carcere non appare in alcun modo necessaria", gli avvocati scrivono che "la disponibilità di un domicilio fuori Regione Lazio e Campania (in Basilicata), lontano da tutta la rete di conoscenze dell'indagato ed anche da possibili vie di fuga, elidono tutti i pericoli di cui all'articolo 274 c.p.p". E cioè in sostanza i legali ritengono che, in caso di concessione degli arresti domiciliari, non vi sarebbe il pericolo di inquinamento delle prove e, quindi, come hanno riferito gli stessi avvocati ai cronisti all'uscita dal tribunale di piazzale Clodio: "la scelta è ricaduta su Noepoli, piccolo comune in provincia di Potenza dove Lavitola è cresciuto con la famiglia, lontano dalla sua rete". Entro il 10 settembre ci sarà la decisione.

 

Lavitola rilasciando dichiarazioni spontanee in video collegamento dal carcere di Rebibbia, dove è recluso dal 10 agosto scorso perché accusato e reo confesso di essere il mandante dell'attentato dimostrativo davanti alla casa del conduttore di Report, il 16 ottobre scorso, fornisce nuovi elementi della sua versione. "Mi assumo tutte le responsabilità rispetto all'attentato. Gomes non ha precisato che avrebbe messo una bomba, ma che ci avrebbe pensato lui in ragione della sua esperienza in merito alla sicurezza militare. Avevo la necessità di proteggere Ranucci perché sono suo amico e, per questo, per due mesi, gli ho rappresentato che la sua scorta doveva essere potenziata. Non esiste nessun movente politico, anche perché Ranucci non ha mai manifestato l'intenzione di candidarsi ed entrare in politica". 

 

Ricostruzioni che già in passato non avevano convinto i giudici. "Ho fatto tutto questo per proteggere Ranucci da un attentato di cui avevo notizie. C'era la necessità di proteggerlo tanto che per due mesi dopo i fatti di ottobre ho chiamato Ranucci per chiedere che la scorta fosse alzata di livello". Insomma, un attentato "per il suo bene" che tuttavia sembra in evidente contrasto con altri elementi di indagini trapelati in queste settimane. 

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