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El Niño eccezionale più riscaldamento globale: combinazione esplosiva. Cosa cambia per l'Italia
Le boe oceaniche nel Pacifico equatoriale continuano a registrare temperature superficiali anomale, e i bollettini dei principali enti meteorologici mondiali parlano ormai apertamente di un evento fuori scala. Ma quanto deve preoccupare davvero, in particolare chi vive in Italia e nel resto d'Europa? Il quadro tracciato dagli enti ufficiali internazionali è netto. Il Noaa ha rilasciato un aggiornamento che conferma un'intensità dell'81% di probabilità che l'evento in corso nel Pacifico equatoriale raggiunga un'intensità eccezionale entro la fine del 2026, posizionandosi come uno dei più forti mai registrati da quando sono attive le misurazioni strumentali. Sul fronte della durata, anche la World Meteorological Organization ha alzato i toni: secondo il suo ultimo bollettino, la probabilità che il fenomeno resti attivo fino a febbraio 2027 sfiora il 100%, una stima estremamente alta per gli standard con cui l'agenzia ONU comunica di solito questo tipo di previsioni. A confermare la portata dell'anomalia sono anche le rilevazioni satellitari e le boe oceanografiche gestite dal Noaa, che nel Pacifico orientale hanno misurato uno scarto di circa 2,7°C sopra la media stagionale delle acque superficiali.
Va detto subito: l'espressione "Super El Niño", che circola ormai su molte testate, non compare in nessun comunicato ufficiale di Noaa, Wmo o degli altri enti scientifici di riferimento. Si tratta di una definizione nata sui media per rendere l'idea di un'anomalia termica del Pacifico pari o superiore ai 2°C, ma che gli scienziati evitano deliberatamente, preferendo classificazioni più tecniche come "evento forte" o "di intensità eccezionale". Il punto centrale è che un evento di questa portata non nasce nel vuoto: si somma a un clima di fondo già più caldo rispetto ai grandi episodi storici del passato (1997-98, 2015-16), amplificando gli estremi meteorologici invece di limitarsi a riprodurli. Nelle regioni tropicali — dove le teleconnessioni atmosferiche generate da El Niño agiscono in modo più diretto — questo si traduce concretamente in un rischio maggiore di siccità, alluvioni, incendi e ondate di calore, perché un'atmosfera più calda favorisce sia una maggiore evaporazione sia una maggiore capacità di trattenere vapore acqueo.
In Europa e nel Mediterraneo, però, il rapporto tra El Niño e le condizioni meteorologiche locali è assai meno diretto rispetto ai tropici: il fenomeno può orientare leggermente l'equilibrio delle probabilità verso certe configurazioni atmosferiche, ma l'esito finale dipende dall'interazione con numerosi altri fattori, in grado di rafforzare, attenuare o persino ribaltare la tendenza di partenza. Un El Niño di intensità eccezionale, insomma, non equivale automaticamente per l'Italia a un inverno più secco, più piovoso, più mite o più rigido. Significa piuttosto che il sistema climatico riceve una spinta rilevante, capace di alterare gli equilibri probabilistici anche a grande distanza dal Pacifico tropicale, senza che questo si traduca in una previsione certa. Il fenomeno tende storicamente a portare siccità in Australia, Indonesia e in alcune aree asiatiche, mentre alcune regioni delle Americhe e dell'Africa potrebbero affrontare piogge più intense e allagamenti, ma si tratta di tendenze medie, non di certezze locali. Per l'Italia, dunque, El Niño non fornisce oggi un'indicazione anticipata su quali fenomeni si verificheranno nei prossimi mesi, ma resta una variabile rilevante da tenere sotto osservazione.