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Ranucci e la doppia versione della telefonata a Gabanelli. Eroe o a fare i suoi bisogni

Foto: Ansa

Christian Campigli
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Il Batman di Pomezia o un comune mortale che risponde al telefono mentre si trova in bagno e sta assolvendo ai propri bisogni fisiologici? È la domanda che si è posto Gino Zavalani, che ieri mattina ha pubblicato su Esperia un video sul Savonarola de noialtri, Sigfrido Ranucci. Al centro dell'approfondimento un interrogativo legato alla ormai mitologica telefonata di Milena Gabanelli, che affidò al Censore degli anni Duemila la conduzione di Report. Partiamo dalla prima versione, messa nero su bianco nel libro "La scelta", scritto dallo stesso giornalista Rai. Un episodio accaduto sotto casa di Sigfrido, mentre lui si trovava nell'appartamento con la figlia. «Papà corri, corri, è morto! Oddio papà, ti prego, corri. Mi precipito fuori dal cancello e trovo mia figlia piegata su se stessa, con le mani sugli occhi. A sinistra una Kawasaki 750 schiantata sul muro di cinta del vicino. Tutto intorno un capannello di persone intimorite che si apre alla spicciolata al mio passaggio». Manco fosse Mosè sul Mar Rosso. «In una pozza di sangue il motociclista ha l'arteria femorale recisa». Così il prode Sigfrido si piega e tenta di legare la gamba all'altezza dell'inguine e "attraverso la fessura della visiera legge nei suoi occhi azzurri il dolore ed il terrore". Il racconto si fa denso di suspence. «Intorno a lui si è fatto il vuoto. Si avvicina il proprietario della moto e cerca di portarla via. Lui lo stoppa con un urlo, quello si raggela, si volta verso di lui e senza assicurazione cerca di giustificarsi». Nel frattempo arriva l'ambulanza, lo portano via. Ranucci si trova accanto a sua figlia quando, ancora tutto sporco di sangue, squilla il telefono. È Milena Gabanelli: «Ciao caro, domani vieni in redazione presto perché devo parlarti». Da lì a breve passerà il testimone di Report.

 

 

Ma nel libro c'è un passaggio tutt'altro che secondario. «Molto tempo dopo aver salvato il motociclista che si era schiantato davanti al cancello di casa mia, scopro che si chiamava Ardian. Era un giovane ragazzo albanese che avrebbe dovuto far parte di un gruppo di fuoco a soldato per mettere nel mirino proprio me. Non ho mai provato rammarico per averlo salvato da morte certa». Vi è poi una seconda versione, completamente diversa, nella quale Ranucci smette i panni di Manuel Fantoni e torna ad essere un uomo comune. Una narrazione emersa durante una chiacchierata con Niccolò De Devitis. «Mi ha beccato in bagno, ciao sono la Milena, ti va di fare due chiacchiere con me?»

 

 

Ora, vi sono almeno due osservazioni. La prima riguarda la credibilità di un giornalista, in particolare modo di inchiesta. Perché è del tutto evidente che o il Censore 2.0 si trovava seduto sulla tazza del gabinetto o era impegnato a salvare la vita al motociclista. Perché raccontare (almeno) una fandonia? A quale pro? Forse perché trovarsi in bagno era troppo "normale" e serviva una versione più romanzata ed epica? Infine, se è vero che il motociclista avrebbe dovuto fare parte di un commando per fare del male a Ranucci, quest'ultimo è stato denunciato? Ma soprattutto, questo motociclista esiste davvero o è solo l'ennesimo colpo di teatro del Manuel Fantoni di Pomezia?

 

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