Silenzio dell'Anm su Ranucci. Prima lo hanno applaudito e ora tacciono sulle avances
I vertici dell’Associazione nazionale magistrati, a distanza ormai di giorni, non hanno ancora trovato parole per commentare le testimonianze, riportate in esclusiva dal Tempo, sulle avances di Sigfrido Ranucci alle colleghe che si erano rivolte a lui per motivi professionali. Un silenzio che colpisce alla luce di ciò che la stessa associazione scrive e promuove in tema di rispetto, parità e violenza di genere.
L’Anm, infatti, organizza spesso progetti nelle scuole per spiegare ai ragazzi come riconoscere e prevenire la "sopraffazione". Il mese scorso, ad esempio, la Commissione perle Pari Opportunità dell’Anm ha presentato il progetto «Alt alla violenza – Sì alla cultura del rispetto», destinato alle scuole superiori. Nel documento l’associazione spiega che la violenza affonda le proprie radici nella «atavica disparità» dei rapporti di forza tra uomini e donne, ancora segnati dalla «logica del dominio e della sopraffazione», sottolineando la necessità di intervenire non soltanto dopo le denunce, ma «molto prima», attraverso un’azione preventiva e culturale.
Difendere le donne che hanno paura di raccontare
Una posizione netta e assolutamente condivisibile. È difficile allora non chiedersi se gli stessi principi valgano anche quando ad essere chiamato in causa è Ranucci, già testimonial di punta dell’Anm, che gli tributò una standing ovation senza precedenti in Cassazione in occasione della scorsa campagna referendaria sulla giustizia.
Nessuno, ovviamente, chiede all’Anm di emettere sentenze. L’obiezione sarebbe facile: non c’è una denuncia, né un procedimento e né un fatto accertato. L’Anm non può trasformarsi in un tribunale sulla base di dichiarazioni.
Cautela comprensibile, ma non del tutto convincente. Perché non si chiede di stabilire se Ranucci sia colpevole, bensì di riaffermare un principio generale proprio mentre vengono riferiti pubblicamente episodi che riguardano possibili rapporti di forza tra un uomo in posizione professionale rilevante e alcune colleghe. Se poi come sostiene la Commissione Pari Opportunità, bisogna intervenire «non solo dopo le denunce, ma molto prima», perché nel caso Ranucci la soglia per dire qualcosa dovrebbe diventare proprio l’esistenza di una denuncia?
"Report, non Ranucci". Botteri fa calare il gelo a In Onda dopo i teoremi di Saviano
Il giudice Giuseppe Tango, presidente dell’Anm, era intervenuto qualche settimana fa per ricordare che Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, magistrati a cui si era paragonato Ranucci, sono «irraggiungibili per chiunque». Visto che ha ritenuto opportuno chiarire una questione di principio, non potrebbe fare esattamente la stessa cosa sul tema del rispetto delle colleghe?
Il tema del rispetto delle donne, peraltro, non è estraneo neppure al Consiglio superiore della magistratura. Celebre fu il Plenum qualche anno fa, dopo la conquista di Kabul da parte dei talebani, per esprimere «piena solidarietà alle donne afghane» e per chiedere alle istituzioni di attivarsi al fine di garantire i loro diritti. Nessuno, dunque, pretende che l’Anm giudichi Ranucci. Potrebbe però ricordare ciò che chiede ai magistrati di insegnare agli studenti: che nessuna posizione di potere e nessun rapporto professionale può diventare terreno per comportamenti incompatibili con parità e rispetto.
Sarebbe, soprattutto, molto coerente con la cultura della prevenzione che l’Anm dice di voler promuovere. O quei principi non valgono quando il protagonista della vicenda è Sigfrido?
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