Difendere le donne che hanno paura di raccontare
Nel 2026 è ancora possibile che una donna, per aspirare a un lavoro, debba subire avances. Non è una battuta, non è una provocazione da bar. È la realtà che emerge dalle testimonianze raccolte da Il Tempo su Sigfrido Ranucci.
E proprio perché lo dico da liberale e libertario – non da moralista, non da bigotto, e tantomeno da woke – questa indignazione è più forte, non meno.
Il crepuscolo di Sigfrido. Ranucci verso l’addio a Report
— IL TEMPO (@tempoweb) August 26, 2026
Altre avances: le donne di FdI insorgono, femministe di sinistra in silenzio
Caso Sea Watch, scafisti con il volto coperto e migranti già col giubbotto
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La libertà individuale è sacra. Il desiderio, il corteggiamento, le relazioni tra adulti consenzienti appartengono alla sfera privata e non devono essere criminalizzati.
Ma quando quelle avances si intrecciano con la possibilità di lavorare, quando un colloquio, un curriculum, un sogno professionale diventano il terreno su cui qualcuno prova a spingere, allora non siamo più nel campo della libertà: siamo nel campo del ricatto implicito, dello squilibrio di potere, della prevaricazione.
Due giornaliste contattano il conduttore di Report perché vorrebbero collaborare. Portano idee, competenza, ambizione. In cambio ricevono messaggi sul fisico, complimenti sullo sguardo, inviti a «sera inoltrata». O, nel secondo caso, un invito a discuterne a casa di lei.
Non c’è contatto fisico. Ma qualcosa si spezza. I sogni vengono calpestati. E loro, c’è da temere come altre, per anni tacciono. Perché chi denuncia sa di rischiare di passare per «la querelante», «la vendicativa», «quella che ha esagerato». Mentre chi ha usato la posizione di forza può girarsi dall’altra parte e continuare.
C’è un pazzesco rovesciamento delle parti.
La persona che ha subìto comportamenti inappropriati si sente a rischio. Il presunto autore fa la vittima, parla di character assassination, di gogna, di complotto. Proprio lui, a cui devono essere sfuggite tante puntate di Report dedicate a poteri, abusi, opacità, reti di protezione. A noi, invece, non sono sfuggite.
E poi c’è il doppio standard, quello che più di ogni altra cosa rivela la cattiva fede di troppi osservatori. Quando le accuse riguardavano figure sgradite alla sinistra, certi signori e certe signore scattavano come molle. Manifestazioni, articoli infuocati, richieste di dimissioni immediate, «credere alle donne» senza se e senza ma. Ora che le testimonianze toccano uno dei loro simboli, prevalgono imbarazzi, omertà, silenzi. Le femministe istituzionali abbassano lo sguardo. La morale a geometria variabile è la prova che non si trattava mai di principio, ma di appartenenza.
Il Tempo non si è limitato a dare una notizia enorme secondo i canoni classici del giornalismo: verità del fatto, interesse pubblico, continenza espressiva. L’ha fatto per liberare. Per dire a tante ex colleghe, a tante donne che hanno vissuto situazioni simili, che non devono più avere paura.
Che raccontare non è un atto di vendetta, ma di dignità. Che il silenzio non protegge nessuno, tranne chi ha abusato della propria posizione.
Nel 2026 una donna deve poter aspirare a un posto di lavoro senza anomali inviti a cena. Deve poter dire di no senza temere ritorsioni professionali. La libertà vera non è quella di chi usa il potere per ottenere ciò che vuole. È quella di chi può rifiutare senza conseguenze.
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