STRATEGIA PER RIBALTARE LA NARRAZIONE

Il governo ha ottimi numeri sulla sicurezza. Ma manca un racconto efficace della realtà

LUIGI DI GREGORIO

C’è un paradosso nel quale il governo rischia di cadere sul tema della sicurezza: vincere nei fatti e perdere nel racconto. Chi mi conosce sa quanto io insista sul percepito che plasma il reale. Ne scrivo praticamente sempre. È, dunque, fisiologico che ogni episodio di cronaca catturi l’attenzione dell’opinione pubblica e generi una distorsione delle percezioni sui pericoli reali.

Tuttavia, se ha senso rispondere ogni volta con una nuova stretta e con nuove norme per ridurre l’insicurezza percepita, ha meno senso dimenticarsi del dato reale che deve – ripeto deve – far parte della narrazione. Altrimenti realtà e percepito non corrisponderanno mai... e questo, per un governo in carica, è un bel problema. Ciò significa che ogni intervento dovrebbe essere preceduto da un dato fondamentale: l’Italia non è affatto un Paese fuori controllo e i principali indicatori, negli ultimi anni, sono migliorati. Se non si parte dai risultati (reali) si finisce rincorrere affannosamente un’emergenza (percepita).

Vediamo i numeri. Nel 2025 gli omicidi volontari sono calati del 14,88 per cento, i furti del 6,11, le rapine del 3,92 e le violenze sessuali del 4,45. Gli omicidi sono stati 286: il dato più basso dell’ultimo decennio. Rispetto al 2015, il totale dei reati risulta inferiore del 13 per cento. Nel 2024 il tasso di vittime di furto in abitazione era di 8,5 ogni mille famiglie, quasi la metà del 16,3 registrato nel 2014. E sull’omicidio, l’Italia è stabilmente ai livelli più bassi dell’Unione europea: nel 2023, ultimo confronto disponibile, 0,57 vittime ogni centomila abitanti contro una media europea di 0,91. Il problema è che i cittadini non vivono di statistiche.

E infatti i dati sulla percezione raccontano una storia diversa. Nel 2024 soltanto il 56,7 per cento degli italiani dichiarava di sentirsi molto o abbastanza sicuro camminando da solo al buio nella zona in cui vive. La quota delle famiglie che considera la propria zona molto o abbastanza a rischio di criminalità è salita al 26,6 per cento. Questi numeri ci dicono che la sicurezza reale e quella percepita non corrispondono. La perce zione non è una fantasia da liquidare con una tabella. È un fatto politico e sociale. Ma non è neppure una fotografia esatta dell’intero Paese, perché è una lente che ingrandisce ciò che è vicino, visibile e memorabile.


La cronaca, del resto, parte avvantaggiata. Un’aggressione ha un volto, un video, una vittima. Un calo del 6 per cento non ha immagini. Un singolo episodio, rilanciato decine di volte dai telegiornali e dai social, può produrre l’impressione di una sequenza (e di una frequenza) continua. Per questo i dati, da soli, non bastano: devono essere selezionati, spiegati e ripetuti fino a diventare anch’essi senso comune. Perché, come diceva Stalin, «un morto è una tragedia. Milioni di morti sono solo statistiche». Vedere una morte ti segna, leggere un dato anche eclatante non fa nessun effetto. Se il governo racconta soprattutto gli strumenti – nuove norme, nuovi reati o nuovi divieti – e molto meno gli esiti, c’è un problema.


Perché si raccontano i provvedimenti, ma non i risultati. E se ogni nuova misura viene presentata come la risposta all’ennesima emergenza, il messaggio implicito è che quanto fatto prima non abbia funzionato. La sequenza andrebbe, quindi, rovesciata. Prima: «La nostra linea sta funzionando, ecco i risultati». Poi: «Non ci accontentiamo e correggiamo». All’interno di questa cornice che anche gli ultimi provvedimenti acquistano un significato diverso. La norma ispirata al caso di Mario Roggero, che esclude il diritto al risarcimento per chi subisce un danno a opera della persona offesa mentre commette reati gravi corregge un cortocircuito che l’opinione pubblica fatica comprensibilmente ad accettare. Significa impedire che chi ha scelto di violare i diritti altrui possa trasformare il danno subito durante il reato in un credito verso la propria vittima. È una norma di buon senso, non la dichiarazione di uno stato d’eccezione o la legittimazione del Far West.


Lo stesso vale per il cosiddetto disegno di legge «anti-maranza». Non abbassa l’età minima dell’imputabilità e non aumenta le pene. Introduce, per i minori tra quattordici e diciotto anni, una presunzione relativa della capacità di intendere e di volere. Anche qui il principio è comprensibile: nessuno sta criminalizzando i ragazzi. Si sta solo riaffermando che chi è capace di comprendere ciò che fa, deve anche risponderne. Senza una corretta comunicazione dei dati, però, tutto questo sembra un inseguimento di percezioni, diffuse ma ingigantite. Negare l’insicurezza percepita sarebbe un errore, ma inseguirla senza raccontare la sicurezza reale è un errore ancora più grave. Perché si potrebbe arrivare al paradosso di essere la nazione più sicura, ma con la popolazione più spaventata del mondo.


La comunicazione di governo è, per definizione, il tentativo di far corrispondere realtà e percezione, ma serve un racconto coerente e un ordine chiaro: prima i dati, poi i nuovi interventi. I dati dicono che la linea produce risultati. Le nuove norme dicono che non ci si accontenta. Non è una rincorsa alla paura, è governo della sicurezza.