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A Rebibbia le donne detenute diventano pastaie e preparano la ricetta per una nuova vita

Foto:  Veronica Altimari

Stefano Liburdi
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Pici alla contadina, gnocchetti tricolore alla sorrentina, gnocchetti alla crema di scampi. E ancora, lasagna alla bolognese, tortelli di patate e pecorino ai due pomodorini, crespelle radicchio e speck, eccolo il menù con i primi piatti tipici delle regioni d’Italia, che hanno potuto gustare gli invitati all’interno carcere di Rebibba Femminile a Roma. La “ghiotta” occasione è stata il pranzo condiviso, preparato dalle donne private della libertà che hanno partecipato al corso “Pasta al fresco”. Il progetto, promosso da Coop - Unicoop Etruria in collaborazione con Roma Rebibbia femminile Casa circondariale - Germana Stefanini, è durato cinque mesi e ha coinvolto 12 donne detenute guidate dagli chef Rocco Notargiacomo e Alessandro Colletti. Le ragazze hanno intrapreso un percorso di tecnica e pratica, tra tradizione e modernità, che le ha portate ad acquisire le competenze necessarie per la creazione di prodotti di qualità ed eccellenza. Parallelamente all’attività di laboratorio, il progetto ha previsto anche corsi di formazione specifici su igiene e sicurezza alimentare.

L’intento dei promotori è quello “di dare una formazione alle allieve che le istruisca su un lavoro spendibile anche quando avranno terminato di scontare la loro pena. - spiega Alessandro Reale, coordinatore del progetto, che da sempre mette a disposizione impegno e competenza per il recupero dei detenuti - Il corso vuole favorire il reinserimento nella società e nel mercato del lavoro, promuovendo la crescita personale e l'autostima attraverso l'apprendimento di un antico mestiere artigianale”.

A spiegare le motivazioni per cui Unicoop Etruria ha sostenuto questo tipo di attività, è Simonetta Radi, Presidente del Consiglio di Sorveglianza di Unicoop Etruria: “Si tratta di un percorso all’apparenza piccolo ma che ha un impatto sociale profondo sulle persone coinvolte trasmettendo dignità, speranza, riscatto sociale e valore umano, e che offre alle detenute un’opportunità concreta di crescita personale e professionale, favorendo un processo di autonomia e integrazione sociale”.

Veronica Altimari

Veronica Altimari

Nadia Fontana, direttrice Casa circondariale sottolinea come “L'Articolo 27 della nostra Costituzione ci ricorda che la pena deve tendere alla rieducazione, e la rieducazione passa inevitabilmente attraverso l'acquisizione di competenze, la valorizzazione della persona e il lavoro”.

Piatti fumanti di pasta e chiacchiere riempiono lo spazio verde all’interno del carcere. I sorrisi delle ragazze impegnate nella preparazione e nell’impiattamento delle portate, fanno per qualche attimo dimenticare ai presenti ruoli e situazioni personali. Si respira aria di rinascita, sensazioni che dovrebbero essere diritto di ogni persona reclusa che vuole riprendere in mano la propria vita. Iniziative come queste fanno anche emergere le enormi e variegate potenzialità che la popolazione detenuta offre, ma che la società esterna spesso ignora. Gli antichi mestieri, l’artigianato tutto, trovano nuova linfa vitale all’interno delle carceri dove si lavora il legno, il ferro, e il tessuto per creare abiti e ornamenti di moda, si producono prodotti di alta qualità come caffè, formaggio, pane, pizza e dolci. Si impara anche l’arte delle “maestre pastaie” come a Rebibbia femminile in un momento in cui, fuori da quelle mura, la grande distribuzione ha schiacciato o soffocato piccole botteghe e artigiani.

Prima della consegna degli attestati di Maestri Pastai e quello relativo al corso HACCP (la formazione obbligatoria per chiunque lavori nel settore alimentare che insegna le norme di igiene, conservazione e sicurezza alimentare ndr), ha preso la parola Cristina, mamma romana che si trova qui da qualche mese ma che vede la fine dell’incubo vicina: “Cosa ho imparato? Sono cresciuta insieme alle altre mie compagne sia dal lato umano che lavorativo. Prima di entrare qui, lavoravo nella ristorazione in cucina, ma quando uscirò da qui la pasta la farò io”. Sorride Cristina, poi la voce si spezza per l’emozione mentre stringe il suo diploma nella mano: “Mio figlio aspetta che esca. Vuole assaggiare la mia pasta”.

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