l'ultimo caso

"Terrorismo internazionale". Sei anni al tunisino: era affiliato all'Isis

Sei anni di reclusione per associazione con finalità di terrorismo internazionale. Si chiude così, in primo grado, il processo a carico di Halmi Ben Mahmoud Mselmi, tunisino di 28 anni residente a Cosenza, finito nell’inchiesta della Dda di Catanzaro per adesione all’Isis, propaganda jihadista e proselitismo. Per gli investigatori, la vicenda rientra anche nel modello del lupo solitario. La condanna del tunisino arriva dopo il 41 bis disposto nei mesi scorsi dal ministro della Giustizia, Carlo Nordio, su richiesta della Dda. Il provvedimento era stato adottato a seguito delle informative arrivate dal servizio penitenziario del carcere di Rossano dove Mselmi avrebbe continuato a fare proselitismo anche durante la detenzione. Dopo gli accertamenti, l’uomo era stato trasferito in un altro istituto e poi destinato a una struttura di massima sicurezza.

L’inchiesta era stata avviata dalla Digos di Catanzaro, con il supporto della Digos di Cosenza e della Direzione centrale della Polizia di prevenzione, Servizio per il contrasto dell’estremismo e del terrorismo esterno. Il fermo risale al 18 aprile 2025 quando Mselmi è stato arrestato con l’accusa di associazione terroristica come appartenente, con il ruolo di organizzatore, ad una cellula legata all’Isis.

 

Secondo la ricostruzione investigativa, l’uomo si professava salafita-takfira, era ricercato nel Paese d’origine per attività terroristiche e avrebbe avuto intenzione di compiere, nel prossimo futuro, un attacco terroristico in Italia. Le indagini e le intercettazioni telefoniche e ambientali, avrebbero delineato una struttura criminale capace di mettere in opera atti terroristici, svolgere proselitismo, indottrinamento e attività di addestramento militare.

Nel fascicolo processuale entrano, poi, i dispositivi elettronici, i profili social, le chat e il materiale sequestrato. Gli investigatori hanno ricostruito l’uso di due account Facebook, «Jàs Sém» e «Hel Mi», oltre all’uso di Telegram e Messenger, considerati canali riservati e utili a evitare i controlli delle forze dell’ordine. Telegram, secondo l’impostazione accusatoria, era diventato invece un archivio di propaganda jihadista. Tra i file sequestrati figurano video di attentati attribuiti all’Isis, immagini di esecuzioni e decapitazioni, documenti sulla costruzione di ordigni artigianali, manuali operativi per attacchi contro obiettivi militari e civili, filmati di guerra e contenuti di esaltazione di attentati recenti, incluso quello al Crocus City Hall di Mosca, avvenuto i 22 marzo 2024.v Negli atti vengono citati anche testi denominati «Come uccidere» e «Programma per l’industria del terrorismo».

 

La Procura colloca il percorso di Mselmi dentro l’ideologia jihadista e la dottrina takfira, funzionale a legittimare la violenza contro apostati e infedeli, a esaltare il martirio e a promuovere la «guerra santa» contro occidentali e non credenti. In una chat Mselmi avrebbe scritto che «la cosa più facile è morire sulla strada di Allah». Altre conversazioni con Houssem Ben Brahim e con un soggetto indicato come Mahmoud vengono lette dalla Dda come prova di un ruolo non solo ideologico, ma attivo nella diffusione del messaggio.

Il quadro accusatorio accolto dal giudice va oltre la propaganda. Nelle motivazioni, il gup ha ritenuto sussistente una partecipazione attiva all’associazione terroristica contestata. Il ruolo dell’imputato, infatti, non si sarebbe limitato alla diffusione di contenuti, ma avrebbe riguardato anche attività di addestramento, reclutamento e supporto logistico verso soggetti vicini all’estremismo islamico.

Nel procedimento compare anche un secondo indagato, Skander Ben Fehri Bahroun. Mselmi era arrivato irregolarmente in Italia nel 2022 e, durante la procedura per la richiesta di asilo, avrebbe dichiarato di essere stato coinvolto nel suo Paese in procedimenti legati al terrorismo. Secondo quanto emerso, in Tunisia sarebbero stati trovati materiali propagandistici riconducibili allo Stato Islamico.

Nell’inchiesta entra anche il capitolo dell’immigrazione clandestina. Tra le attività criminali del sodalizio, infatti, ci sarebbe anche la capacità di gestire flussi dalla Tunisia all’Italia, sia per il trasferimento materiale degli immigrati sia per la disponibilità di documenti falsi destinati a consentirne la permanenza illegale.