Giovanni Giacalone: "C'è un legame tra il risveglio del terrorismo e l'immigrazione"
L'esperto di estremismo analizza la situazione italiana dopo i fatti di Modena e gli arresti a Firenze e Cosenza «Non sminuire questi casi, ma chiamarli con il proprio nome»
«Da Modena a Firenze fino a Cosenza, c’è un filo rosso che lega tutti questi episodi: probabilmente siamo davanti ad un "risveglio" del terrorismo in Italia. Un terrorismo molto diverso da quello tradizionale, e per questo tanto più difficile da arginare. Per affrontarlo, però, è necessario smetterla di minimizzare e iniziare a chiamare le cose con il proprio nome». L’attacco di Modena da parte di El Koudri, l’arresto a Firenze del «baby jihadista» e la condanna di un tunisino a Cosenza perché legato all’Isis secondo Giovanni Giacalone, analista di estremismo islamico e terrorismo e membro del David Institute for Security Policy, hanno qualcosa in comune, che suggerisce un quadro generale di rischio terrorismo che va monitorato molto attentamente e che merita risposte immediate.
Dottor Giacalone, seppure diverse tra loro, le ultime vicende gettano una luce inquietante sul rischio radicalismo in Italia. Lei crede ci possa essere una medesima regia?
«Non parlerei di regia unica, ma di un "risveglio del terrorismo certamente sì. Certamente ci troviamo di fronte a casi diversi, a soggetti diversi, con situazioni differenti e che hanno differenti età, ma tutti, in ogni caso sono coinvolti in attività terroristica. Che lo si voglia chiamare terrorismo o no è un’altra questione; secondo me lo è: qui si è solo palesato in ritardo rispetto ad altri Paesi. E c’è un motivo».
Qual è questo motivo?
«La ragione sta nel fatto che l’Italia rispetto all’esplosione dei fenomeni migratori è "in ritardo" se paragonata a nazioni come Francia e Inghilterra. Stiamo vivendo in differita ciò che lì esiste già da anni. Ricordo quando si diceva che da noi non ci sono le banlieu: oggi basta fare un giro in certe zone di Milano, Torino o Padova per cambiare idea».
Dunque c’è una correlazione diretta tra terrorismo e immigrazione?
«Dal mio punto di vista sì. I tanti che hanno sostenuto la strana tesi per cui "i jihadisti non arrivano con i barconi", oggi sono smentiti dai fatti e da un pattern, una casistica molto precisa, che parla chiaro».
A quale pattern si riferisce?
«Nel mio lavoro io mi baso su fatti concreti. C’è un sito che si chiama "Jihad Monitor Italy", che riporta tutti i casi di jihadismo, non solo in Italia ma anche in altri paesi europei. Scorrendo l’archivio, basato su fonti primarie, è sufficiente andare a vedere i nomi e i cognomi, i background dei singoli soggetti, le casistiche. Tutti elementi che tratteggiano uno schema preciso, un pattern appunto, comune a moltissimi attentati, compreso quello di Modena».
Dunque secondo lei l’attacco di Modena è classificabile come terrorismo?
«Ho trovato molto strano che dopo poche ore dall’attacco, già c’era chi parlava di un pazzo, di un caso isolato, che non aveva a che fare con il terrorismo, solo perché era emerso che questo El Koudri era stato in cura per un periodo. Quando in realtà abbiamo un soggetto che ha dichiarato di essere uscito "per andare a morire", con un coltello in macchina e ha guidato fino alla strada più trafficata di Modena nell’orario di punta di sabato per investire quanti più passanti possibile.
Voglio dire, questo modus operandi già di per sé ci fornisce un quadro molto chiaro, mostrando dinamiche che abbiamo visto e rivisto negli anni passati in attentati in altri Paesi europei.
Quando si punta subito a dire che non è terrorismo, non si fa un favore alla tutela della società civile, né ai cittadini. Perché genera ulteriore insicurezza tra la popolazione colpita e dà l’impressione che le autorità puntino a sminuire, a minimizzare».
Chi sostiene questa tesi la motiva anche dicendo che non ci soni rivendicazioni né appartenenza a gruppi terroristici strutturati.
«E questo è un grave errore. Perché il terrorismo come lo conoscevamo fino ai primi anni duemila non esiste più. È radicalmente cambiato».
In che modo?
«Nel 2014 fu proprio l’Isis, tramite un audiomessaggio dell’allora portavoce al-Adnani a incoraggiare singoli soggetti sostenitori dell’organizzazione ad agire, utilizzando automezzi e coltelli. Dunque parliamo di soggetti che si autoattivano, come quelli che vediamo in questi giorni. Ancora, nel 2025 la newsletter dell'Isis, quindi al-Naba, in seguito alla guerra di Gaza e Libano, ha diffuso un ulteriore appello incitando seguaci a compiere attacchi utilizzando veicoli e coltelli. Ci troviamo davanti a un meccanismo più che chiaro. Il problema è che in molti immaginano ancora l’attentato "classico", magari perpetrato da una cellula in qualche modo gerarchicamente collegata all’organizzazione con una catena di comando. Non è più così: qui parliamo di azioni perpetrate da singoli soggetti o gruppi, poco importa, che si attivano autonomamente».
In questo quadro si può leggere l’arresto del 15enne aspirante jihadista di Firenze?
«Certamente. Siamo abituati a parlare di organizzazioni terroristiche una gerarchia, che hanno una catena di comando e controllo quindi hanno una rete composta da cellule, tipo AlQuaeda. Con internet tutto è cambiato: i terroristi, come tutti, hanno iniziato a sfruttare il web in base ai propri obiettivi. Buttano la rete, diffondono a macchia d’olio la propaganda radicale, aspettando che magari soggetti con una propensione alla violenza o a quel tipo di narrativa si autoattivino. È una dinamica molto difficile da arginare. Per loro è un meccanismo assai più vantaggioso».
Quali contromisure potrebbero essere efficaci in un frangente simile?
«Di lavoro ce n’è tanto da fare. Intanto bisognerebbe stigmatizzare il clima d’odio che si è creato in questi anni; poi, iniziare a chiamare le cose con i loro nomi in maniera oggettiva non in base a timori, paure, agende politche. Se è terrorismo, bisogna dirlo chiaramente».
L’Italia è pronta alla sfida?
«I nostri apparati sono notoriamente efficienti sul terrorismo: gli arresti di Firenze e Cosenza lo dimostrano. Le capacità preventive ci sono, ora però serve mettere una marcia in più».
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