mafia e appalti: l'inchiesta

Nel memoriale Nicolosi tutti coinvolti: Dc, Pci e cooperative rosse

Gaetano Mineo

Il nome di Rino Nicolosi compare a pieno titolo nel contesto del dossier «Mafia e Appalti». Non come semplice riferimento marginale, ma come protagonista di una ricostruzione interna al sistema. Ingegnere «riformista» della Democrazia Cristiana, catanese, due volte presidente della Regione Siciliana tra il 1985 e il 1992, Nicolosi consegna alla fine della sua vita una narrazione che scardina la rappresentazione ufficiale della gestione degli appalti in Sicilia. Nei memoriali inviati nel 1997 alle procure di Catania e Palermo, Nicolosi scrive senza ambiguità: «Le decisioni sugli appalti più rilevanti non venivano assunte nelle sedi istituzionali». È una frase chiave, che sposta il baricentro dell’analisi. La legalità formale resta, ma viene svuotata. Il potere reale si esercita altrove.

 

«Esisteva un luogo di confronto stabile in cui venivano concordate le assegnazioni degli appalti». Nicolosi lo chiama «tavolino». Non una riunione occasionale, ma una struttura informale permanente. È qui che si componevano gli equilibri tra politica, imprese e interessi mafiosi. Ed è qui che il sistema prende forma come prassi consolidata. Il passaggio più dirompente riguarda il finanziamento della politica. Nicolosi è netto: «Tutti i partiti, nessuno escluso, ricevevano contributi dalle imprese interessate agli appalti». Non solo la Dc, quindi, ma anche il Partito Comunista Italiano e il mondo cooperativo a esso legato, in particolare la Lega delle Cooperative. Le carte rivelano un sistema trasversale: le appartenenze ideologiche si dissolvono in un'unica logica economica. Nicolosi distingue i livelli: «Le imprese locali facevano riferimento alla politica regionale, mentre le grandi aziende si relazionavano con i livelli nazionali». Il meccanismo economico è esplicito. Nei memoriali si parla di percentuali fisse: tra il cinque e il dieci per cento del valore degli appalti. Un fiume di denaro nelle casse dei partiti. Lo stesso Nicolosi ammette il proprio coinvolgimento: «Anch’io ho operato all’interno di questo meccanismo». In altri termini, non è un’accusa da fuori ma rimarca che tutta la politica è complice. Le opere interessate sono quelle strategiche: infrastrutture autostradali, reti idriche, interventi agroalimentari. Un flusso di risorse enorme, che rende il sistema stabile e appetibile. All’interno di questo quadro, Cosa Nostra non è un elemento accessorio.

 

Scrive sempre l’ex presidente della Regione: «La presenza mafiosa assicurava il rispetto degli accordi e la stabilità del sistema». Le carte parlano di un’«economia mista deviata», in cui convivono grandi gruppi industriali, sistema cooperativo e imprese private. Non solo attori locali, ma anche realtà nazionali, inserite in cordate che attraversano l’intero Paese. È in questo contesto che alcuni osservatori parleranno di una «Tangentopoli siciliana» anticipata, un modello parallelo a quello che emergerà su scala nazionale negli anni successivi. Nonostante la chiarezza delle dichiarazioni, l’esito processuale è limitato. Nicolosi stesso lo prevede: «Molti dei fatti descritti difficilmente potranno trovare riscontro in sede processuale». Come a rimarcare un sistema «perfetto»: la politica orienta gli appalti, le imprese ottengono i lavori, una parte delle risorse ritorna ai partiti e la mafia garantisce l’equilibrio. E così la procura di Palermo, allora guidata da Gian Carlo Caselli, archivia per inesistenza del reato mafioso.

 

Una decisione che segna il confine tra verità giudiziaria e verità politica. Non ci sono deviazioni. Nicolosi lo lascia intendere chiaramente: è un modello. Ed è forse questo il punto più rilevante del dossier «Mafia e Appalti»: la consapevolezza che, in quella stagione, il rapporto tra politica, economia e criminalità organizzata non fosse episodico, ma strutturale. Un meccanismo che Giovanni Falcone e Paolo Borsellino avevano iniziato a indagare, prima che le stragi del 1992 interrompessero brutalmente quel lavoro.