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Servizi segreti, alloggi e fondi opachi: il lato nascosto dello Stato

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Foto:  Il Tempo

L'affare delle case pubbliche utilizzate dai privati in nero a scopi di lucro

Luigi Bisignani
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Sifar, Sid, Sismi, Sisde, Aisi: le sigle dei nostri 007 nel tempo, una sequenza di zone d’ombra. Sullo sfondo, il potere politico che li utilizza e li scarica quando diventa ingombrante. Leonardo Sciascia oggi direbbe che i «professionisti dell’antimafia» non solo si sono moltiplicati, ma hanno affinato il senso dell’opportunità e sono finiti pure in Parlamento.

Con coraggio Il Tempo- con i tuoi articoli, quelli del Comandante Angelo Jannone e dei colleghi Martini e Mineo - ha acceso un faro sulle tante anomalie nei nostri Servizi nella lotta alla mafia e alla criminalità organizzata, soffermandosi su quello che, con grande efficacia, hai sintetizzato come l’«affaire appartamenti».

Ma vediamo cosa si nasconde davvero dietro questa vicenda che, nel corso degli anni, sfiora privilegi inconfessabili. Un sistema di alloggi riservati ai collaboratori di giustizia e ai loro familiari, intestati a insospettabili uomini dell’Amministrazione che li mettono a disposizione garantendosi una rendita in nero: un fenomeno esteso, difficilmente misurabile, proprio per questo meritevole di un’attenzione più rigorosa.

Dobbiamo partire dagli anni ’80: il modello dei collaboratori di giustizia, dietro l’impulso di figure come il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, come strumento necessario per penetrare organizzazioni «chiuse», si è progressivamente trasformato anche in altro, molto altro. Una struttura con una propria economia interna, sottratta di fatto a controlli effettivi. Una stortura che lo stesso Giulio Andreotti, pur riconoscendone l’indispensabilità, ne ammetteva l’opacità.

L’unico che tentò di metterci mano fu, per un breve periodo, il guardasigilli Oliviero Diliberto, senza tuttavia riuscire a scoperchiare quel vaso di Pandora. Persino la Corte dei Conti ha margini di verifica estremamente limitati: i giustificativi di spesa hanno vita brevissima, circa sessanta giorni, il tempo minimo necessario a «legittimare» l’esborso, poi tutto finisce al macero. Il sistema degli alloggi diventa così inevitabilmente un fantasma inafferrabile.

Se si potesse aprire la «scatola nera», emergerebbe come, ad esempio, parecchie delle case destinate ai collaboratori di giustizia e ai loro familiari abbiano progressivamente abbandonato la funzione originaria. Non si tratta più di misure di protezione, ma quasi di prebende per molti uomini dell’Amministrazione, con l’avallo della magistratura. Appartamenti senza contratti, pagati con fondi neri, spesso a prezzi altissimi, anche con la complicità di agenzie immobiliari finite poi sotto inchiesta, come la Faro Immobiliare, che aveva sede a pochi passi dalla Corte di Cassazione ed è una di queste.

Si tratta di solito di seconde case sfitte, di proprietà di ufficiali dei carabinieri, superpoliziotti, magistrati, consiglieri di Stato: un circuito che trasforma uno strumento straordinario in un beneficio stabile, in nome dell’anonimato e della sicurezza.

Tutto dovrebbe essere verificato dal Servizio Centrale di Protezione, organismo che opera in un palazzo blindatissimo in zona Eur, a due passi dall’Eni, e che dipende dalla Direzione Centrale della Polizia Criminale, la più importante direzione del Dipartimento di Pubblica Sicurezza sotto la supervisione del Capo della Polizia Vittorio Pisani e del Ministro dell’Interno Matteo Piantedosi.

Non è una novità assoluta. Nella Prima Repubblica, i servizi segreti utilizzavano due società, Gus e Gattel, entrambe gestivano questa immobiliare dell’intelligence.
Erano strutture di copertura del Sisde, il canale dove fluivano i fondi non dichiarabili: pagamenti in contanti e coperture operative, tutto ciò che non poteva passare dai bilanci ufficiali. Era l’epoca dello scandalo dei fondi del Sisde e della famosa frase di Scalfaro : «Io non ci sto!». La stessa epoca dell’offensiva stragista di Cosa Nostra.
E i collaboratori finivano dentro quel circuito. Le spese più sensibili - trasferimenti, alloggi protetti, sostegni familiari - venivano coperte tramite la Gattel. Quando la Corte dei Conti scoprì il meccanismo, ci fu il solito fuggi-fuggi: uffici svuotati, documenti spariti, fascicoli distrutti per ridurre al minimo l’esposizione. Le spese per i fondi riservati - capitolo 1117 del bilancio del Sisde - avevano raggiunto 328 miliardi e 536 milioni di lire, con documentazione sistematicamente eliminata e quindi impossibile da esaminare.

Il collaboratore, diventato un investimento, era consapevole di essere l’ingranaggio di un sistema. Anche quelli che credevano nella redenzione sono rimasti intrappolati nel loro stesso ruolo: prima testimoni, poi dipendenti. Non possono più smettere di esserlo, pure se volessero. Perché lo Stato ha bisogno di loro per giustificare sé stesso. È la «burocrazia della redenzione».

Nonostante quanto sia successo in passato, il «gioco» continua anche oggi: gran parte degli immobili utilizzati a questi fini, infatti, sfugge alle regole ordinarie: contratti non registrati, intestazioni fittizie, pagamenti veicolati attraverso fondi non rendicontati.

Gli appartamenti diventano rendite stabili. Il segreto dell’alloggio cessa di essere misura di sicurezza per diventare copertura economica: un canone mensile, garantito e non verificabile, spesso non tassato. A volte gli immobili restano occupati sulla carta e vuoti nella realtà, pur producendo rendita.

Altre volte gli inquilini cambiano in silenzio, senza registrazioni. Più che aggirare i controlli, qui i controlli non esistono. Attorno al collaboratore si organizza una filiera - affitto, utenze, assistenza, servizi- gestita in zone grigie e difficilmente penetrabili, una rete che tende ad autoperpetuarsi. I numeri ufficiali (2022) parlano di circa cinquemila persone tra collaboratori e familiari: già questo esclude che il circuito degli appartamenti protetti sia un fenomeno marginale. Di questi tempi agli alloggi si aggiunge un altro capitolo: quello legato all’acquisto di sofisticati apparati di decrittazione, dalle piattaforme Sigint ai sistemi di lawful interception, fino ai software di crittoanalisi avanzata.

«La democrazia è il governo del potere pubblico in pubblico», scriveva Norberto Bobbio. È proprio in questo passaggio che la sicurezza rischia di trasformarsi in alibi e la segretezza in sistema. In fondo, il principio sembra essersi evoluto da solo: chi prima arriva, meglio alloggia. E chi resta, spesso, non ha alcuna ragione per andarsene. Una casa è per sempre.

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